 Da pochi giorni è disponibile nelle librerie l'ultimo libro di Giampaolo Pansa I gendarmi della memoria (Sperling & Kupfer, 2007) dedicato a coloro che - nella sinistra radicale e fra certi intellettuali e docenti universitari - hanno cancellato una parte della storia italiana perché non fa comodo il ricordo degli eccessi avvenuti negli ultimi mesi della guerra e nel dopoguerra.
Come tutti sanno Pansa, nato a Casale Monferrato nel 1935, è stato (e tuttora è) un giornalista e scrittore di sinistra. Ha scritto saggi come La resistenza in Piemonte (1965), L'esercito di Salò (1970), Ottobre addio. Viaggio tra i comunisti italiani (1982), Il gladio e l'alloro (1991), La grande bugia (2006), solo per citarne qualcuno; è stato giornalista a La Stampa, Il Giorno, Corriere della sera, la Repubblica, Panorama e condirettore de L'Espresso. Finché ha messo a nudo le atrocità compiute dalle squadre dei repubblichini di Salò è stato osannato e considerato un grande saggista storico; da quando ha indagato e rivelato i ventimila morti (di cui 700 donne solo in Piemonte) ad opera delle brigate partigiane e funzionari dell'ex Pci è divenuto il nemico da abbattere, anche fisicamente, tant'è che per un certo periodo si è mosso con una scorta di forze di polizia di circa venti componenti tra quelli in divisa e quelli in borghese. Protezione successivamente rifiutata perché, come ha specificato, necessaria a rinforzare gli scarsi uomini assegnati alla sicurezza degli italiani. Gesto che non risulta essere stato fatto da altri personaggi del giornalismo come della politica o dell'impreditoria, che anzi si vantano della scorta come status di personaggio importante. Non riferiamo sui contenuti del saggio di Pansa ma invitamo chi vuol conoscere anche l'altro lato di una parte della storia italiana di cui si parla poco di leggere i suoi saggi. I gendarmi della memoria è un documento più che un libro, ove il lettore è portato a confutare eventi e personaggi che si ammantano di benemerenze ingiustificate. Del resto tanti sono in parlamento e al governo, collocati a sinistra, che tacciono su un periodo di storia italiana per non ammetterne l'attiva appartenenza di loro stretti parenti (padri o fratelli) tra i persecutori fascisti. Io ho settantatrè anni, alla fine della guerra nel 1944 ne avevo dieci; conosco un giornalista che è nato nel '44 ma sostiene di aver patito sotto la dittatura soprusi ed angherie di ogni genere da parte dei fascisti, ma non dà spiegazioni. Mi fa pensare a quel personaggio, interpretato da Alberto Sordi in un film, che imputava la mancanza del suo successo alla guerra e alla malattia contratta da giovane. Così come, oggi, molti giovani non sanno o parlano di alcuni periodi storici solo per averne sentito parlare. Pansa dopo aver mostrato un lato ora mostra l'altro: questo è fare storia; poi viene il dibattito sul percorso, le ideologie, le passioni che hanno contrassegnato la storia e che dividono gli uomini: cioè l'opinione. |