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Scritto da Giulio D'Orazio
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venerdì 26 ottobre 2007 |
Le primarie per la proclamazione di Walter Veltroni a segretario nazionale del futuro Partito Democratico (l'assemblea costituente si riunirà domani, e già questa è una prima anomalia: prima si elegge il capo e poi si scelgono regole e programmi) si è rivelata un successo strepitoso: più di tre milioni e mezzo di votanti, dicono.
E' stata talmente alta e imprevista l'affluenza alle urne che dopo cinque giorni le schede scrutinate ancora non erano state tutte conteggiate (a Napoli candidati eccellenti come Antonio Bassolino e la di lui consorte non essendo rientrati tra gli eletti hanno avuto bisogno di riconteggi e ripescamenti) così come ci sono state file ai gazebo e ritardi negli orari di chiusura delle votazioni. Un vero grande successo di adepti al nuovo partito: addirittura prima dell'apertura dei seggi qualcuno già aveva votato e deposto le schede nell'urna; altre schede sono state deposte in fase di spoglio dai ritardatari nella corsa dell'aggiudicazione per la palma della vittoria. Ma quale vittoria se il vincitore era già stato annunciato? E quali democratiche elezioni se, come ha documentato Striscia la notizia (Canale 5), la stessa persona poteva votare più volte in seggi diversi? E' stato un bell'atto di coraggio (o di improntitudine?) quello di Piero Fassino nel dire che le votazioni sono state regolari e basate su liste di votanti; forse ciò non è avvenuto dappertutto. O, per assurda fantapolitica, quando dicono qualcosa lo fanno tanto per esercitare i polmoni e la lingua ma non il cervello? Cioè non sono credibili, specie se qualche pezzo da novanta conversa con furbetti del quartierino o delle cooperative. Gira e rigira sono sempre gli stessi compagni di merenda. Mettendo in fila i vari accadimenti si potrebbe giungere a una conclusione: chi ambisce a cariche di governo o istituzionali lo fa perché sente intorno puzza di bruciato o la presenza dell'inquirente. Così come chi dice di essere democratico è tutto fuorchè tale. Democrazia deriva dal greco demos che vuol dire governo di popolo, non di censo, cooptazione, legami familiari o caste. Quindi: ricorso a referendum veri e non alle furbate che aggirano i risultati modificando il nome dei ministeri o inventando i "rimborsi" in sostituzione delle sovvenzioni pubbliche ai partiti. Oppure il popolo è semplicione: se votare vuol dire scegliere, non può decidere se preferire il pacco "a" o il pacco "b" se non apre i pacchi; e in questi ultimi tempi di "pacchi" al popolo ne sono stati rifilati parecchi, compresa l'ultima legge elettorale. |
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Ultimo aggiornamento ( martedì 20 novembre 2007 )
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