Anche tra i banchi della maggioranza è data per scontata la fine del governo di Romano Prodi. L'unica incertezza è sui tempi e le modalità. Elezioni in primavera o a giugno? Per lenta agonia del centrosinistra o con passaggio intermedio attraverso un governo tecnico di transizione?
O assisteremo a un colpo di coda (pari ai colpi al tavolo a tre gambe usato per le sedute spiritiche) di quel diavolaccio di Prodi con conseguente improvviso calar delle brache della cosiddetta sinistra radicale, spaventata dall'idea di perdere le poltrone nel governo e gli scanni nel parlamento. Le certezze sono poche. In inverno non si vota. Se non si cambia la legge elettorale il prossimo anno ci sarà il referendum per l'abrogazione. Entro giugno i partiti dovranno mettersi d'accordo sulla modifica della porcata elettorale, ma Prodi, Berlusconi, Bossi e Veltroni sono davvero propensi al cambiamento? O, per calcoli elettorali di partito, preferiscono tornare alle urne con la vecchia legge? Il bacino dei consensi elettorali vede la Lega al nord, il Partito Democratico in Emilia-Romagna, Liguria, Toscana, Umbria e Lazio, Forza Italia in Lombardia, Veneto e Sicilia; è una situazione che li privilegia nel calcolo della ripartizione dei voti al senato. E che, con l'attuale legge, permette loro di scegliersi gli uomini più fidati da mettere in lista. Molti, a destra come a sinistra, già sanno che non torneranno più nelle aule parlamentari, o perché non messi in lista o perché se si andasse a votare col voto di preferenza non verrebbero rieletti. Quindi c'è un gruppo di parlamentari che in ogni caso preferiscono procrastinare la legislatura il più a lungo possibile, o appoggiando Prodi o un governo di transizione. Il capo dello stato, Giorgio Napolitano, ha invocato l'accordo fra le parti e detto chiaramente che la legge elettorale va modificata. Ma ha anche detto che non può assistere all'inerzia. Se la situazione dovesse peggiorare il suo compito di garante dello stato (cioè di tutti i cittadini e della nazione) sarebbe di intervenire motu proprio, a prescindere dalle logiche partitiche e di portafoglio. La soluzione è un governo di transizione per placare gli animi, correggere la legge elettorale e andare alle urne. Ma stante la ferocia attualmente esistente tra le due coalizioni in lotta sarà alquanto difficile trovare tecnici che possano avere riconoscimento e voti da entrambe le parti. Occorrerà un negoziatore di lunga esperienza e con molti amici dall'una come dall'altra parte. Giulio Andreotti, uomo di destra e con il sicuro appoggio dell'Udc di Pier Ferdinando Casini e dello stesso Gianfranco Fini, si è dimostrato - con i suoi ripetuti voti d'appoggio a Prodi - un fedele alleato del centrosinistra. Oltretutto il capo dello stato, per ragioni psicologiche collegate all'età anagrafica, quando dovrà scegliere il nuovo premier non avrà molti nomi di statisti nella rosa dei papabili. E, tra anziani, si hanno molti ricordi di uomini e vicende nel proprio passato. |