Partendo dai ragionamenti di Stefano Cristante su Potere e Comunicazione (Liguori, Napoli, 1999), secondo cui l'opinione pubblica moderna si sviluppa attraverso tre fasi, Cristiano Orlando su Mediazone del 1 ottobre scorso esamina gli atteggiamenti dell'opinione pubblica americana rispetto alla guerra.
La prima fase, da attribuire a Jurgen Habermas (Storia e critica dell'opinione pubblica, 1962), si fa risalire alla fine del Settecento con lo sviluppo della borghesia che scopriva il suo ruolo trainante nella trasformazione della società. Un periodo che vede lo sviluppo della stampa e della comunicazione politica: il demodoxalogo Adriano Magi Braschi infatti, nelle sue lezioni, indicava in Jean-Paul Marat col suo giornale L'ami du Peuple la nascita del giornalismo vero e proprio in quanto le comunicazioni ed i giornali precedenti non miravano a formare l'opinione pubblica ma erano notizie commerciali o salottiere. Tant'è che il passo successivo fu la Rivoluzione francese e la nascita degli stati. La seconda fase si accompagna all'affermazione del suffragio universale, all'avanzata delle masse popolari e al passaggio, secondo Cristante, dell'opinione pubblica da soggetto ad oggetto, in quanto destinataria finale degli effetti di dispositivi sociali, politici e comunicativi. Non a caso è il periodo della mass communication research e dell'influenza degli strumenti di comunicazione sul pubblico. L'ultimo gradino dell'evoluzione coincide con la società post-industriale e della globalizzazione. E' la dilatazione della sfera comunicativa, con l'avvento della tv, che si accompagna alla progressiva alfabetizzazione (principalmente elettronica) che porta ad una maggiore conoscenza politica. Alla LX Riunione della Sips, nel 1989 a Bologna, i demodoxaloghi sostennero nella comunicazione "Dall'uomo all'immagine" che i mass media avevano sostituito la presenza umana sul luogo degli eventi per cui "l'uomo da protagonista è diventato strumento dell'immagine di se stesso": vedere l'avvenimento nel piccolo schermo equivale ad esserci e fare la storia. Ora, secondo Cristante, siamo nella doxasfera: quattro attori che esercitano quattro forze diverse. - minoranze attive (lobby, movimenti d'opinione, ecc.);
- mezzi di comunicazione (gli strumenti del comunicare a disposizione);
- moltitudini differenziate (esistenza di più pubblici, correnti di pensiero ed opinioni);
- decisori.
In sostanza sono sussunte le teorie demodoxalogiche sul ruolo della comunicazione di massa e la diversità dei pubblici, sull'interazione dei pubblici con l'opinione pubblica e l'ambiente, come esposto anche nel nostro breve corso online. Infatti la riflessione apparsa su Mediazone (il magazine online della Facoltà di scienze della comunicazione della Sapienza) si riallaccia a Harold Lasswel (1948) per definire gli ambiti delle principali attività in cui i mass media agiscono nella società: - controllo dell'ambiente, tramite la raccolta e la distribuzione delle informazioni;
- correlazione tra le varie parti della società nel rispondere alle sollecitazioni provenienti dall'ambiente stesso (ovvero l'interpretazione delle informazioni relative all'ambiente);
- trasmissione del patrimonio sociale attraverso la veicolazione di norme e valori, nel corso delle generazioni.
Quello che in sostanza Talcott Parsons definiva sistema avente la funzione di trasmettere norme e valori, nonché il controllo sull'operato dei governanti. Non per nulla la definizione dell'operatività della demodoxalogia, che risale al 1940, è lo studio "dei presupposti psicologici e sociali dei processi informativi e formativi dell'opinione pubblica, al fine di stabilire la combinazione più conveniente tra la notizia, il pubblico e lo strumento di diffusione". Nell'esaminare il rapporto con la guerra, dal Vietnam all'Iraq, Orlando sottolinea l'esigenza di una coesione essenziale all'interno del paese belligerante per poter avere chance di successo; una coesione tra governo, popolo ed esercito. Nell'una come nell'altra guerra l'iniziale convincimento degli americani, nei confronti dell'intervento armato a difesa del paese in pericolo, si è indebolito a fronte di un mancato riscontro effettivo di reale pericolo sul suolo americano e nella constatazione dell'eccessivo costo della guerra in caduti e spese dirottate sul versante militare. Il consenso popolare degli americani nei confronti dell'entrata in guerra in Vietnam fu del 60%, quello della guerra in Iraq nel 2003 fu del 75%, in entrambi i casi la nazione si sentiva accerchiata da nemici. In seguito alle immagini televisive che diffusero l'orrore della guerra il popolo potè riflettere sulla realtà distruttiva della guerra e la sua inutilità. Specie nell'impantanamento che - nonostante i proclami di vittoria della casa bianca - dilatò, dal punto di vista militare e mediatico, gli insuccessi della politica statunitense, creando uno scollamento tra governo e popolazione. Uno scollamento, conclude Orlando, che ha portato alla spaccatura della società americana, alla contestazione del potere politico, al lento sfaldamento della coesione nazionale, "indispensabile quando un paese affronta un conflitto". Citando una frase di Charles Kriete in On Strategy: A Critical Analysis of the Vietnam War di Harry Summers (1995) conclude che la comunicazione quando è libera e pluralista trova difficoltà a mantenere il consenso in favore degli obiettivi strategici governativi. Quanto detto per gli Usa, aggiungono i demodoxaloghi, vale per qualsiasi altro paese e in qualsiasi realtà da affrontare, da una crisi economica alle decisioni da prendere in fatto di immigrazione, e così via. Stante la dilatazione della comunicazione (Internet, tv, cellulari) governare la società futura sarà abbastanza difficile con le attuali regole; alla fine del ciclo l'opinione pubblica chiederà regimi forti, quello che è chiamato cesarismo!
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