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Le multinazionali dell'informazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
Lunedì 12 Novembre 2007 02:00
Pubblicato il 28 settembre 2005 su Demodossalogia e opinione pubblica

Al primo Convegno delle agenzie di stampa europee (Fiuggi Terme, 12-14 ottobre 1979) il giornalista-demodoxalogo Massimo Olmi svolse una relazione sul tema "Struttura e potere delle agenzie di stampa internazionali". Poiché, dopo quasi trent'anni, la situazione è pressappoco uguale e di grande attualità per le implicazioni politiche-economiche, ne riportiamo di seguito il testo:
Il problema della struttura e del conseguente potere finanziario ed ideologico delle grandi agenzie di stampa internazionali è sempre di più all’ordine del giorno. Poche settimane or sono, in occasione del convegno internazionale sulla televisione organizzato dalla Rai a Lecce in concomitanza con il Premio Italia, ci si è chiesti da più parti quali notizie passeranno nel prossimo futuro attraverso i nuovi e sofisticati canali di informazione che il progresso tecnologico ci permette. Si è risposto che, se la situazione resterà quella che è, adesso, saranno ancora e sempre e soltanto le cinque maggiori agenzie di stampa a poter usufruirne: l’Agence France Presse (AFP), l’Associated Press (AP), la United Press International (UPI), la Reuters, la Tass. Nei paesi del Terzo Mondo (vedi polemiche e discussioni al recente vertice dei non allineati a Cuba) si parla della creazione di una Multinational News Agency che dovrebbe prendere il posto dell’attuale pool cui aderiscono le agenzie di quei Paesi. In altre parole, ci si sta sempre più rendendo conto che il servizio sinora reso ai giornali e agli altri mezzi di comunicazione di massa dalle principali agenzie di stampa è molto meno “neutrale” di quanto potrebbe apparire a prima vista e che svincolarsi dalla soggezione completa delle suddette agenzie è un interrogativo cui occorre dare, possibilmente presto, una risposta se non si vuol perdere nel settore della libertà delle comunicazioni quanto si è guadagnato nel settore delle libertà politiche ed economiche.
E’, sotto un altro aspetto, il problema del ruolo, dell’importanza, del potere delle multinazionali nel mondo contemporaneo. E quando si parla di multinazionali, ovviamente si parla di multinazionali che fanno capo agli Stati Uniti d’America. Sul processo di concentrazione dell’informazione in corso (non da oggi) moltissimo è stato scritto e non mi sembra utile dilungarmi eccessivamente al riguardo. Ricorderò alcuni dati. La catena Scripps-Howard non solo possiede 31 quotidiani americani, stazioni radio e stazioni televisive ma anche e soprattutto il 95% del capitale della United Press International che a sua volta non soltanto detiene uno stupefacente potere su buona parte dell’informazione mondiale ma controlla altresì un newspaper syndicate che rifornisce con i vari Lil-Abner, Peanuts, Tartan i nostri mercati europei mentre la versione televisiva di detta agenzia – la UPI-ITN - si occupa del mercato di quel settore.
L'United Press International è la prima agenzia di stampa del mondo: ci lavorano più di diecimila persone con 6.400 clienti in 114 paesi, 238 uffici in 62 Paesi. Le informazioni diffuse dalla UPI vengono tradotte in 48 lingue. Quanto all’altra grande agenzia americana, la Associated Press, di proprietà della Gannet Company, essa è andata soggetta negli anni passati ad una riorganizzazione ispirata ai principi dell’efficienza: al di fuori degli Stati Uniti essa dispone di oltre cento uffici. Un accordo sottoscritto fra la Dow Jones e l’AP consente a quest'ultima di disporre di un servizio speciale di notizie finanziarie, economiche e commerciali che viene distribuito in 23 paesi e che – come ha scritto Armand Mattelart nel suo Multinazionali e comunicazioni di massa – non è che il punto di arrivo di un meccanismo molto più vasto, il cui scopo è quello di controllare i circuiti internazionali dell’informazione finanziaria ed economica. Ne ha fornito la prova nel marzo 1976 il lancio del The Asian Wall Street Journal che altro non è che la versione asiatica della principale pubblicazione della Dow Jones: l’AP è attualmente uno dei mezzi principali, se non addirittura il principale, di penetrazione americana in Asia. E, naturalmente, non solo in Asia.
Ma c'è un altro fenomeno su cui vale la pena di fermare un momento la nostra attenzione ed è quello che è stato segnalato in un recentissimo dossier di Le Monde Diplomatique ("L’informazione accentrata", autunno 1978). Il fenomeno è questo: l'UPI, come l'AP, da qualche anno ha lanciato un'iniziativa chiamata "interpretative reporting" (servizio interpretativo) che viene considerata distinta dalla normale fornitura di spot news. Allorché si cominciò a prestare attenzione al problema del gap generazionale che minacciava il consensus nazionale, nel 1970 l'AP mise insieme un gruppo di giovani giornalisti il cui scopo era quello di informare, in modo particolare, quei cinquanta milioni di americani fra i 18 ed i 34 anni che avrebbero dovuto rappresentare l’indispensabile ponte fra la generazione del dissenso e quella del consenso. Altrettanto fece l'UPI dedicandosi in modo specifico ai giovani radicali (dando all’aggettivo radical il senso e il significato che esso ha oltre Atlantico). Ancora una volta ci siamo trovati di fronte ad una politica per la cui realizzazione i modi e i tempi possono variare, ma che resta sostanzialmente la stessa. Come ha ricordato Artur Rowse dieci anni or sono, le maggiori agenzie di stampa americane si richiamano, nella selezione delle notizie, ad un minimo comun denominatore cui la stampa è incoraggiata ad adeguarsi. E con la stampa l’opinione pubblica mondiale.
Non ha forse detto Stanley M. Swinton, direttore dei servizi mondiali di AP che "più di un miliardo di persone, ogni giorno, fondano i propri giudizi di valore sugli avvenimenti internazionali in base alle informazioni diffuse dalla Associated Press"? Come ha ricordato German Carnero Roque, un noto giornalista peruviano, quando nel novembre del 1975 una nuova nazione indipendente, la piccola Repubblica del Surinam, fece la sua apparizione sulla carta politica dell’America latina (terzo posto nella produzione mondiale di bauxite, importanza geopolitica innegabile) la sua nascita ricevette un rilievo pressoché insignificante nella grande stampa del continente latino-americano: soltanto il 3% del volume delle notizie dall’estero pubblicati dai 16 più importanti giornali di quell'area. Un 3% integralmente coperto da materiale fornito dalle grandi agenzie di stampa internazionali, l'UPI in primo luogo. Durante quegli stessi giorni, il 7% delle informazioni dall'estero, fornite a loro volta per l’80% da UPI, AP, AFP e Reuters, provenivano da fonti situate nei paesi industrializzati. Il Roque si chiedeva non illogicamente quanto tempo dovesse ancora passare perché la grande maggioranza della popolazione latino-americana prendesse coscienza del fatto che sul continente era nato un nuovo stato indipendente. Colonialismo culturale? Il termine è stato coniato da Fernando Reyes Matta nel corso di un seminario organizzato a Città del Messico nel maggio del 1976 dall’Istituto Latino Americano di studi internazionali.
Noi europei stiamo meglio dell’America Latina? Non me la sentirei di essere troppo ottimista al riguardo, specialmente in un momento di recessione, come quello che la nostra stampa sta vivendo, quando l'ingerenza straniera diventa più facile perché più debole è l'altro partner. Ricordiamo che anche se le cifre non sempre dicono tutto, spesso dicono parecchio. Ora non è di nessun rilievo il fatto che la France Press impieghi più di duemila persone e la Reuters solo 1.700, di fronte alle molte migliaia di persone impiegate dalle agenzie americane? Né va dimenticato che AFP e Reuters restano pur sempre dei giganti se confrontate con questa o quella agenzia di stampa nazionale.
Che fare? Non si tratta, a mio avviso, semplicisticamente di fare a meno delle grandi agenzie di stampa internazionali ma piuttosto di filtrare la loro produzione, in attesa o in concomitanza con la nascita e lo sviluppo di fonti alternative di comunicazioni. L’Europa sempre più unita è una eccellente occasione da non perdere. Una agenzia di stampa europea, ad esempio, non è un'impresa chimerica e, oltre tutto, potrebbe permettere a noi europei di meglio agganciarci al Terzo Mondo che all'Italia guarda con evidente simpatia. Il progresso tecnologico può essere l'occasione di una maggiore e più articolata libertà di comunicazione o, al contrario, di un ulteriore soggezione agli Stati Uniti. Ancora una volta si tratta di sapere adeguatamente sfruttarlo. Senza di che, il gap fra paesi egemoni e paesi succubi, nel campo delle informazioni internazionali, sarà destinato ad allargarsi. Con tutte le conseguenze che ciò vorrà dire. (Massimo Olmi)


Per completezza demodoxalogica si veda anche "Ragioniamo sulla disinformazione" e "11 settembre e opinione pubblica".

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Novembre 2007 15:02 )
 
 

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