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Il Paese delle mafie PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
Giovedì 08 Novembre 2007 02:00

Recentemente è stato diffuso il dato su quanto fattura la classica, unica ed incontrastata mafia: qualcosa come novanta miliardi di euro. Se una istituzione, cioè il governo, quindi lo stato, riesce a fotografare i guadagni di una organizzazione mafiosa, seppure di tutto rispetto, come è possibile che non abbia schedato gli appartenenti, i collaboratori e il mondo intorno all'organizzazione malavitosa che da essa trae vantaggio?

Il fatto è che coloro che sono deputati a combattere la mafia sono anch'essi "mafiosi". Ma intendiamoci, non sono mafiosi che appartengono all'organizzazione che dovrebbero debellare, lo sono in quanto appartengono ad organizzazioni similari. O perlomeno a istituzioni (pubbliche o private) che hanno una mentalità mafiosa.

Ovviamente non ci riferiamo ai gregari, al gregge dei lavoratori o degli associati che eseguono direttive impartite loro da capi: dal capufficio al graduato d'arma, dall'industriale al politico, dal sindacalista al dirigente sportivo, sino alla gerarchia religiosa. La mentalità mafiosa è insita in chi dirige, salvo rari casi da attribuire alla personalità, educazione e ambiente di provenienza del dirigente.

Esaminiamo cos'è la mafia. Un'organizzazione piramidale ove, a cascata, chi è sotto ubbidisce a chi è sopra, sino al vertice. Gli adepti formano una squadra intenta a fare solo gli interessi dell'organizzazione. I ricavi si ottengono con l'uso dell'imposizione e del controllo del territorio e dei suoi abitanti. Il reddito primario non è prodotto mediante una normale attività ludica o commerciale, regolata da leggi dello stato, ma è un ricavo basato sulla costrizione di chi lavora e produce, nonchè sulle parti deboli o non appagate della società. Condizioni che variano da istituzione a istituzione ma che, mediamente, si ripropongono. Quello che rimane costante nella varie categorie è l'impunità, chi sbaglia non può essere processato dalla società ma all'interno dell'organizzazione e, inoltre, l'organizzazione si riproduce in continuazione. Come a dire che l'assassino deve avere per giudici altri assassini e che la congrega si erge ad istituzione (perpetuazione).

Prendiamo l'esercito. E' una vera e propria struttura piramidale regolata da una ferrea disciplina controllata da gerarchie ai vari livelli; l'organizzazione si mantiene con il denaro che i cittadini versano alle tasse, cioè non produce nulla. Consuma una parte del pil nazionale per mantenere generali, ammiragli, ecc. lautamente pagati e commesse commerciali. Qualche rara volta interviene sul territorio nazionale per soccorrere la popolazione colpita da eventi calamitosi; mentre con maggiore frequenza si reca in "missioni" all'estero in quanto sono adeguatamente remunerate. Se poi qualcuno ci rimette la vita sono sempre picciotti, mai capi. Di Nicola Callipari ce n'è stato uno e perito sotto il fuoco amico.

Lo stesso vertice si riscontra nella Chiesa. Piramide, obbedienza, fede in teorie filosofiche difficilmente dimostrabili empiricamente. Mantenimento dell'organizzazione attraverso oboli o compartecipazione alle tasse ("otto per mille") con allargamento degli introiti attraverso scuole per la formazione/educazione dei giovani e turismo di massa.

Partiti, ministeri, sindacati, associazioni sportive ed ordini professionali tendono ad erigersi a piramide dettandosi regole e campi d'intervento; in sostanza vere e proprie caste da mettere al riparo da sguardi indiscreti per perpetuare e ampliare il potere. Una mentalità che si tramanda da generazioni, ma la società post-industriale è alla fine sopravanzata dalla rete tecnologica. Qualcosa cambierà, speriamo in modo incruento.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Novembre 2007 15:03 )
 
 

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