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Commissioni inquirenti PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
martedì 27 novembre 2007

Nei regimi dove vige la democrazia reale, quando si istituiscono delle commissioni parlamentari lo si fa per scavare a fondo senza guardare in faccia nessuno. Da noi le commissioni si mettono in piedi per procrastinare negli anni le conclusioni, cercando di annacquare la verità o perlomeno le responsabilità.

E non solo le commissioni parlamentari ma qualsiasi altra commissione pubblica che debba approfondire un problema, vagliare un rapporto, emettere un giudizio. La concezione italica è una concezione filosofica che vede nel tempo (e nella sua durata attraverso i secoli) l'evolversi della natura, delle ideologie e dei giudizi sui fatti. Le considerazioni finali su un qualsiasi problema sono affidate al giudizio trascendentale.

In giurisprudenza si fa appello al fatto e al diritto: ma se il fatto è diverso a seconda dei punti di vista (l'opinione) il diritto dovrebbe essere il paletto di convergenza. Ma è sempre così? Ustica, Cogne, G8 di Genova, eccetera: la bilancia della giustizia a volte subisce tentativi di taroccamento. La dea che tiene in mano il bilancere è bendata: non vedendo i contendenti sarà equanime nel suo giudizio, ma neppure vedrà chi mette le zeppe sotto un piatto della bilancia.

Democraticamente, per scavare a fondo, i parlamenti nominano delle commissioni inquirenti che hanno lo stesso potere dei giudici: indagare e affidare alla magistratura i colpevoli e chi mente ai membri della commissione. C'è chi si oppone alle commissioni, per diversi motivi: già c'è una magistratura ordinaria che sta indagando perché ricorrere a un doppione che potrebbe far ritardare le indagini? La commissione già sorge con una ipotesi e quindi è falsata dall'inizio (infatti la commissione antimafia aveva per presupposto l'esistenza della mafia, mentre sappiamo che per qualche componente della commissione essa "non esisteva"). L'accavallarsi di responsabilità personali e responsabilità collettive o istituzionali genera confusione e non contribuisce alla verità.

Per tutelare le varie opinioni le commissioni parlamentari sono formate da maggioranza e opposizione: spesso la maggioranza impone il suo presidente che, a parità di voti, decide con il suo giudizio. L'opposizione può dire che la maggioranza ha imposto il suo parere ma può anche presentare una relazione di minoranza che sarà diffusa insieme a quella di maggioranza. Un giudice ordinario, se è veramente tale, non verrà mai influenzato dall'esistenza di una commissione parlamentare inquirente, a meno che non arrivino ordini dall'alto per stoppare le indagini della magistratura; ma sappiamo che questo nei paesi democratici non accade.

Qualcuno non vuole una commissione parlamentare sui fatti del G8 del 2001 a Genova. La commissione parte con la tesi preconcetta di voler indagare a senso unico per scoprire le responsabilità politiche di chi dette l'ordine o suggerì alle forze dell'ordine di intervenire con durezza (forse per dimostrare a George W. Bush che anche l'Italia sapeva fronteggiare i nemici dell'America). In fondo poche sono le domande da porre in seno a tale commissione: già si è visto e sentito troppo. Chiedere a tutti gli appartenenti alle forze dell'ordine che quei giorni parteciparono agli scontri il nominativo del graduato che impartì gli ordini, e di lì risalire a cascata sino al vertice. Appurare il motivo e cosa dissero quei politici che stazionarono nel comando dei carabinieri da dove partirono gli ordini della "macelleria messicana", come disse un ufficiale. Forse è questo quello che gli italiani vorrebbero sapere.

Se la commissione ci sarà, quando i lavori saranno conclusi con le due relazioni (di maggioranza e minoranza) molto probabilmente i politici di cui sopra saranno uno viceministro alla giustizia e l'altro viceministro agli interni. Sarà quindi il caso di dire: giustizia è fatta!

 

Ultimo aggiornamento ( martedì 27 novembre 2007 )
 
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