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L'inutilità del voto PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Teresa Thibault   
mercoledì 19 dicembre 2007

Le statistiche annunciano che in Italia ci sono almeno sette milioni di cittadini analfabeti, nel senso che o non hanno conseguito un titolo di scuola inferiore o non leggono libri o quotidiani. Come formano la loro visione del mondo? In base all'esperienza ed al passaparola.

Sette milioni di persone, appartenenti tutte ai ceti più modesti e spesso nell'area degli incapienti (al di sotto del reddito minimo), che non soddisfano la voglia culturale di conoscere in quanto ancora non hanno soddisfatto ampiamente i due bisogni che la precedono: la sussistenza (sopravvivenza e crescita) e l'aggregazione (accoppiamento e stabilità). 

Sette milioni di persone che si recano a votare in base a motivazioni emotive di sdegno o consenso, abilmente sfruttate dai professionisti della politica che detengono gli unici organi d'informazione seguiti da tali cittadini: le reti radiotelevisive. Per i meno analfabeti (coloro che leggono i fumetti o i settimanali scandalistici o rosa) si aggiungono i quotidiani.

Possiamo considerare tale epressione di voti inspirata a principi che si astraggono da contingenze personali per abbracciare una visione del paese e del futuro? Evidentemente no. Ed è anche giusto che sia così perché in democrazia ognuno deve rappresentare le sue opinioni ed il suo stato d'animo. Il fatto è che i rappresentanti di tali opinioni non contano nulla, cioè non hanno i poteri necessari per cambiare lo stato delle cose. Chi conta in politica sono una quarantina di personaggi del parlamento, della finanza e dell'industria che - anche se su versanti politici diversi di destra, sinistra o centro, con tutte le varie sfumature possibili - si ritrovano poi nelle stesse congreghe che contano (mafia, massoneria, opus dei, sindacato, associazionismi vari).

Tanto è vero che nelle democrazie più autentiche la percentuale di coloro che si reca a votare è bassa mentre è notoriamente alta l'adesione nei paesi ove il regime non può dirsi propriamente democratico (e l'Italia è fra questi in quanto più volte richiamata su questioni di giustizia, qualità della vita, libertà d'opinione, ecc. da vari consessi internazionali). Infatti nei paesi definiti democratici gli elettori sanno che le loro opinioni non contano nulla in quanto gli eletti, dell'uno come dell'altro versante, sono espressione di interessi monopolistici che mirano al consolidamento del potere e non all'elevazione culturale e sociale del paese. Solo i grandi moti popolari, conseguenti a guerre, dissesti ecologici, pestilenze, ecc. cambiano radicalmente le posizioni di forza e gli equilibri politici. L'alternativa è la diffusione della cultura e del benessere.

 

Ultimo aggiornamento ( sabato 15 dicembre 2007 )
 

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