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Popolo sovrano PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
domenica 27 gennaio 2008

L'economia e gli avvenimenti del mondo procedono ad una tale velocità che, a volte, chi scrive perde il senso della direzione del mutamento e rischia di non comprendere più concetti e linguaggi. Conosciamo tutti le recenti vicende del governo di Romano Prodi, a fronte della nota situazione autorevoli politici, specialmente del versante di centrodestra, hanno invocato la strada delle elezioni politiche in nome del "popolo sovrano".

Il concetto è semplice: dato che i parlamentari sono tali in quanto "rappresentanti" del popolo sovrano, a ogni mutamento di scenario politico è il popolo che dovrà decidere la direzione del cambiamento eleggendo i nuovi parlamentari. Detta così sembrerebbe facile e semplice, ma andare subito alle elezioni vorrebbe dire votare con la vecchia legge, quella - per intenderci - definita dal suo stesso autore una porcata. Quel sistema elettorale ove i parlamentari non sono scelti dal popolo sovrano ma dalle oligarchie dei partiti, mettendo in lista gli amici degli amici purché devoti al capo e acquiescenti. Un sistema che perpetua la casta amicale e familiare, con tutti i conseguenti danni che siffatto comportamento crea sul quel poco di economia pubblica che è ancora rimasta. Dov'è, allora, il potere del popolo sovrano se prima non si muta la legge elettorale? L'unica definizione ancora giusta ci pare quella del poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli quando in uno dei suoi strafottenti sonetti fece dire al re, affacciatosi dal palazzo: "popolo, io sono io e voi non siete un c...". Passano i secoli ma la morale è sempre quella!

Sembrerebbe che il Parlamento abbia varato un nuovo ordinamento della giustizia. Confessiamo di non conoscere il testo, nei dibattiti televisivi e sui giornali l'enfasi è stata data al ruolo del pubblico ministero: carriera fissa nel ruolo o alternanza nel ruolo di giudice? Sembrerebbe che la corruttibilità di un magistrato, sia p.m. che giudice, dipenda dal tipo di carriera che gli si prospetta. Sinora noi sapevamo che la morale e la deontologia professionale hanno attinenza con la persona e non coi ruoli o le congreghe, più o meno professionali. Inoltre, sia il pubblico ministero che il giudice sono dipendenti pubblici, quindi hanno un capo che, di gradino in gradino, giunge sino al potere del ministro. Ci dicono (e lo abbiamo constatato) che da questa trafila sia possibile far partire suggerimenti e amichevoli consigli al magistrato di grado inferiore: a che serve allora la separazione delle carriere? E' solo una questione di stipendi o fumo per parlare della giustizia in modo aulico? Qualcuno ricorderà, e se non lo ricorda si vada a guardare la raccolta dei giornali quotidiani dell'epoca, negli anni dal 1950 al 1960, e anche oltre, il Tribunale di Roma era definito il "porto delle nebbie", in quanto molte pratiche con la nebbia sparivano e i processi decadevano; sino a quando un alto magistrato non fu trasferito.

Ora anche la giustizia è amministrata in nome del popolo sovrano e, di converso - se la logica ha una ragione - non è più uguale per tutti. Altro che popolo sovrano!

Ultimo aggiornamento ( domenica 27 gennaio 2008 )
 

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