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L'arsenale di Venezia PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonella Liberati   
Sabato 15 Marzo 2008 02:00

Pubblicato in Scienza e Tecnica, Sips, aprile 2005

L'Arsenale di Venezia è un microcosmo in cui studiare gli effetti della standardizzazione tanto a livello produttivo quanto di interazione gestionale strategica.

Uno dei maggiori ostacoli alla fruibilità di un mondo improntato a criteri di qualità è il percepirli come un aggravio procedurale di dubbia utilità, altro che per le ampie nicchie di mercato generate qualora li si voglia far applicare. Non sempre la capacità e la competenza relative a un settore produttivo corrispondono a quelle di percepire la visione d’insieme e le dinamiche interattive relative nel breve, medio e lungo termine, oltre alle interazioni collaterali socio-economico-ambientali. Un eccesso oppure un difetto di cautela nel calcolare il rapporto rischi-benefici, possono condizionare scelte altrimenti opportune. Il timore è generalmente legato al dubbio di insuccesso, ignorando la magnitudine e l’interazione degli effetti del cambiamento.

Tale paura può essere ridotta e il rischio calcolato in base a parametri analoghi, ove si abbiano documentate esperienze in merito, possibilmente riferite tanto alla settorialità quanto all’insieme della vita procedurale, modale, applicativa.

La Repubblica di Venezia e il suo Arsenale offrono l’opportunità di valutare le proposte aziendali e le loro conseguenze tanto al cliente interno, quanto al cliente esterno. Vale sia negli ambiti produttivi di beni, di servizi, di gestione, di immagine, di tolleranza, dei correttivi alla tolleranza e via elencando, sia per la parabola di vita e gli effetti socio-economici-ambientali di ogni azione manageriale intrapresa nel suo arco di vita (un modello finito spalmato lungo più di sette secoli: non infinito, ma apprezzabilmente lungo, trasversale a situazioni socio-politico-economiche variabili e variegate). L’accuratezza amministrativa e l’abitudine a pianificare, registrando metodi e procedure veneziani, possono fornire materiale oggettivo da porre in esame.

Spiegato il motivo di questa breve riflessione, si estrapolano ora alcuni esempi relativi alla vita dell’Arsenale.

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    • Ben prima della industrial revolution anglosassone, il Doge Ordelaf Falier, all’inizio del XII secolo, fece impiantare il primo nucleo di industria accentrata per la costruzione di navi della Repubblica, scegliendo al meglio il sito in rapporto alle possibilità di affluenza di materie prime, opportunità di stoccaggio e lavorazione, deflusso commerciale dei prodotti, contatto con i committenti acquirenti, fidatezza di manutenzione, alloggiamento delle maestranze e logistica.

    • Una industria accentrata comporta la consapevolezza della convenienza produttiva dell’interazione di molteplici sistemi a fronte di fidatezza e continuo auditing.

    • Definire e rendere convenientemente attivo un sistema di approvvigionamento, stoccaggio e lavorazione delle materie prime, evitando sprechi tangibili e intangibili (il no muda! - just in time odierni).

    • Formare le maestranze artigiane specifiche di ogni settore (carpentieri, fabbri, meccanici, cordai, assemblatori, idraulici, ecc.), capaci di interagire come corpo unico per la produzione della nave e la gestione dei servizi accessori.

    • Ottimizzazione dei tempi, metodi e prevenzione dello spreco (poteva venir assemblata una galeazza in un solo giorno).

    • Parcellizzazione e organizzazione del lavoro, conservando le competenze artigianali, soprattutto nel controllo di ogni parte.

    • Favorire la strutturazione sociale delle maestranze in comunità, considerando l’Arsenale il centro e il fulcro dell’immagine di Venezia, gestendo la confluenza umana necessaria all’industria accentrata come motivo di immagine e identità, con effetti opposti a quelli che deriveranno dalla diaspora formatrice degli slums anglosassoni.

    • Valorizzazione dell’artigianato semplice, anche di tipo domestico, inserendolo in un contesto ambientale di immagine aziendale. Azienda Repubblica, che è stato e non uno stato qualsiasi.

    • Se nelle campagne si diventava fabbri o contadini perché si era figli di fabbri o contadini, l’Arsenale arrivò, nel tempo, a istituire “dinastie” di fabbri o cordai e ogni altra specialità, per assicurare la migliore qualità dell’apprendistato, del passaggio di conoscenze di know-how, preservando, per buona misura, il bene più prezioso: la motivazione ad agire collaborando (in seguito l’applicheranno Wegwood e Ford e oggi le moderne catene-logo).

    • Incentivazioni tangibili e non tangibili fluttuanti.

    • Correttivi in itinere delle modalità gestionali in base a procedure simili a quelle di audit, finalizzate alla convenienza produttiva e soddisfazione dei clienti sia interni che esterni.

    • Incentivazione e apprezzamento tangibile tanto della creatività che dell’innovazione (corde vendute a metraggio direttamente alle navi in transito, la “macchina per alberare” e via elencando) favorendo tanto la gratificazione quanto l’accentramento di "cervelli", indipendentemente dalla loro provenienza o estrazione cultural-sociale).

    • Convivenza programmata per l'allestimento di apparecchiature navali di tipo diverso, commerciale, militare, celebrativo, su commissione estera e quanto altro, prevedendo e attuando così le necessarie diversificazioni economiche per continuare ad arricchire il bilancio in ogni tempo e condizione.

    • Icone simili: leone di S. Marco-Venezia, leone d’Inghilterra, leone di Scozia. Quello di Venezia è alato, ma poggia bene le zampe sul terreno e una su un libro, codice del diritto o vangelo, comunque corpus di regole stabilite come riferimento, limite in primis alle possibilità di patti leonini perfino al leone. Più che un leone rampante, aggressivo, è un leone autorevole e temibile perché consapevole dei limiti pattuiti delle libertà di ciascuno. Si riscontra anche una certa affinità con l’iconografia portatrice di messaggi destinati all’opinione pubblica, utilizzata dalle corporazioni commerciali romane, visibile nel Piazzale delle Corporazioni a Ostia Antica

    • Il leone veneziano più che combattivo appare sicuro, determinato. La Repubblica che rappresenta è serenissima, in quanto non deve mai perder tempo ad arrangiarsi, avendo normalizzato, normato e pianificato previdentemente e stabilito un costo e una forbice di prezzi per ogni cosa, dall’ottimizzazione di tempi e metodi, ai percorsi alternativi, ai cambiamenti derivanti da audit. Serenissima, dunque: la mentalità della qualità è sicuramente conveniente, opportunamente costosa, altamente soddisfacente.

    • Produttivo impiego di soltanto un 25% di outsourcer, specialisti o generici chiamati eccezionalmente per casi precisi, ben lungi da certi drammatici casi di outsourcing odierno.

    • Standardizzazione della produzione, mappatura iconografica direzionale degli ambienti aziendali (moderne mappe degli edifici imposte dalle norme di sicurezza!), intercambiabilità dei ruoli e delle parti, una rigida struttura gerarchica funzionale, modalità comportamentali disciplinate e allenate, la flessibilità oraria e funzionale, una limpida policy manageriale, certezza di lavoro e qualificazione professionale, fidelizzazione e correzione in itinere degli effetti indesiderati favorendo o riducendo il profilo elitario dei lavoratori e impiegati, la certezza del supporto efficente di corpi ausiliari, primo quello dei vigili del fuoco, ma anche sorveglianti e polizia, efficienza amministrativa e perenne visione d’insieme di ogni parcellizzazione di attività, addestramento continuo alla sincronicità operativa, permettevano - come è stato sempre ricordato all’opinione pubblica - di assemblare una nave in un solo giorno, come fu dimostrato anche sotto gli occhi di Napoleone.

    • Polene di ogni genere poste sulla prua e a volte anche sulla poppa delle imbarcazioni, agiscono scaramanticamente contro le divinità marine avverse. Venezia, serenissimamente, dal Bucintoro, nella persona del Doge amministrante, raggiunge la massima divinità adriatica, che la rende ricca, prestigiosa, potente, tanto che ogni anno celebra le nozze col dono di uno splendido anello nuziale, legando il potere temuto a sé, come maggior polena, dominando e ponendo limiti perfino all’incommensurabile e all’immanente, superando e osando oltre ogni pre-giudizio. Agli occhi dell’opinione pubblica, una dichiarazione di serenità forse superiore al serpente posto sulla tiara dei faraoni d’Egitto.

Concludiamo con alcuni riferimenti: T.S. Ashton, La rivoluzione industriale, Laterza, 1972; David Landes, Prometeo liberato, Einaudi, 2000 [1969]; Naomi Klein, No logo, Baldini e Castoldi, 2001 [2000]. Sul web: www.dse.unive.it/storia/Arsenale.htm, 2005.

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Agosto 2008 14:53 )
 
 

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