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Crisi mondiale PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
lunedì 12 maggio 2008
Pubblicato in Demodossalogia e opinione pubblica, 22 agosto 2007

foto d'epoca della borsa di new york
Wall Street, New York, 1929

In tutto il mondo (a cominciare da Europa, Cina e Giappone) le aziende, specie le bancarie, le assicurative e i vari fondi, bilanciano i loro investimenti creando orticelli nei paesi e nei settori all'avanguardia, ripartendo le quote al fine di porre al riparo il loro capitale da sempre possibili sbalzi e crisi di mercato.

Per esempio, quasi tutti i fondi italiani obbligazionari, monetari e azionari reinvestono una parte percentuale anche in azioni, obbligazioni e valuta in paesi esteri (Usa, Germania, paesi dell'Est ecc.); nei soli Usa sono circa 150 i fondi italiani che hanno delle partecipazioni in fondi americani.

L'economia statunitense domina i mercati mondiali principalmente per i seguenti motivi: è un Paese vasto 25 volte più dell'Europa ma con un terzo della popolazione (250 milioni di abitanti su un territorio di oltre 9 milioni di chilometri quadrati) quindi assorbe merci e prodotti, con un'industria e un mercato del lavoro tendenzialmente in crescita; è all'avanguardia nella tecnologia militare e scientifica; il dollaro è stato imposto come valuta pregiata che, sino all'avvento dell'euro, dettava le transazioni internazionali.

Considerato questo intreccio mondiale di partecipazioni incrociate, che in teoria dovrebbero salvaguardare il mercato, è inevitabile che la crisi di un settore (edilizio o bancario, per esempio) o in un paese (Usa ecc.) coinvolga a catena tutte le altre aziende mondiali collegate, ripercuotendosi sulle borse nazionali che, a loro volta, influenzano le altre borse mondiali.

In Italia c'è un'aggravante: eccetto rare eccezioni la classe dirigente del Paese proviene o è nominata per meriti politici (si veda il capitolo 12 del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo La Casta [+]), pertanto è una dirigenza incompetente abituata a sperperare il denaro proveniente dalle casse pubbliche e ad investirlo dietro suggerimenti politici interessati. Quindi prestiti bancari o acquisizione di azioni per favorire le manovre di aziende e personaggi del quartierino senza aver verificato la consistenza, garanzia e fattibilità del raccomandato. Con i risultati che sappiamo.

Recentemente sono stati costituiti dei fondi ad hoc per gestire il Tfr (trattamento di fine rapporto) dei lavoratori che non hanno ritenuto di affidarlo all'Inps o al proprio datore di lavoro. Ebbene, un gran numero di questi nuovi fondi è direttamente o indirettamente collegato a partiti, uomini politici, sindacati dei lavoratori e associazioni varie che - per far fruttare il capitale - ne hanno investito una parte nei fondi americani; così come hanno fatto banche e assicurazioni.

Se i fondi fossero stati invece affidati - per legge - ad un ente unico (come fu l'Iri), destinato a finanziare le aziende produttive e le grandi opere di stato, oltre a non avere una pletora di dirigenti e impiegati con relative inutili e costose spese di rappresentanza politica, il capitale sociale sarebbe aumentato nel tempo salvaguardando il futuro dei pensionati ed accrescendo il Pil nazionale.

Ma autorizzando la creazione di fondi destinati a gestire l'accantonamento per la pensione dei lavoratori, il Parlamento ha scelto di favorire i famelici e incompetenti compagni di merenda.

 

Ultimo aggiornamento ( domenica 08 giugno 2008 )
 
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