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Elezioni di nicchia PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
mercoledì 02 aprile 2008

Chi segue da tempo il nostro sito sa che abbiamo sempre considerato l’elettorato di nicchia e il voto degli indecisi la carta vincente alle elezioni politiche. Nelle elezioni del 2006 avevamo quantificato in quattrocento/cinquecentomila voti la differenza che avrebbe fatto vincere uno dei due contendenti: Romano Prodi o Silvio Berlusconi. Come tutti i furbi, abili nel copiare ma non abbastanza intelligenti nel capire i motivi di fondo, i due attuali contendenti (Berlusconi e Walter Veltroni) hanno inserito nelle loro liste elettorali decine e decine di rappresentanti di nicchia nel fatuo calcolo che la somma dei vari voti apportati da ciascun personaggio possa far prevalere sull’avversario il proprio simbolo elettorale. Un errore di calcolo dovuto alla mancata conoscenza dei meccanismi che muovono l’opinione pubblica!

L’apporto della manciata di voti di un rappresentante di associazione o categoria o fede religiosa può essere vincente solo nel caso che non vi siano, nella stessa lista, altri personaggi della nicchia di quel rappresentante e di altri pubblici ristretti (o perlomeno non enfatizzati nel corso della campagna elettorale). In pratica che il gruppo del quale il principale rappresentante viene inserito in una lista elettorale si percepisca come importante, basilare per la vittoria, cioè indispensabile e unico.

Sia nel Popolo della Libertà che nel Partito Democratico si è andati a caccia di gruppi portatori di particolari opinioni nell’illusione di ricavarne una messe di voti. Noi siamo pronti a scommettere che, questa volta, l’apporto sarà inconsistente. Mentre nelle scorse elezioni politiche la differenza tra le due liste in gara (quella di Berlusconi e quella di Prodi) era netta, da una parte il centrosinistra e dall’altra il centrodestra, ove i candidati anche se non scelti dagli elettori potevano contare qualcosa, quest’anno i programmi, i toni e gli appelli convergono tutti al centro nel tentativo di accreditarsi rinnovati e diversi dal passato. Quando non c’è più lo stimolo per una netta scelta politica (voto per te o contro di te) subentra l’indifferenza e la voglia di non scegliere, di non votare; il cosiddetto assenteismo elettorale calcolato dai sondaggi intorno al 35%.

Di questo trentacinque per cento - salvo avvenimenti dell’ultima ora in grado di mutare l’opinione pubblica, del resto sempre prevedibili - quasi la metà si recherà alle urne ma non voterà i due maggiori contendenti perché si riverserà sugli altri partiti, anche quelli minuscoli e perdenti. Sarà il gesto di rivolta contro i soliti che vorrebbero passare per nuovi e per la marmellata di programmi simili: voi non vi distinguete quindi voto chi ha il coraggio di essere diverso.

Nelle passate elezioni molti indecisi venivano convinti all’ultimo momento dalle sollecitazioni di amici o parenti per votare un determinato candidato, quest’anno tale possibilità non c’è; la campagna elettorale dei candidati è un pro forma, tanto già si sa chi verrà eletto. Quei voti aggiuntivi alla persona (consigliata o leader di nicchia) che contribuivano alla vittoria del simbolo elettorale non ci saranno più. Dove prendere, quindi, quella manciata di voti che farà prevalere il vincitore? Dalla grinta che il leader della lista metterà nel demonizzare l’avversario: altro che buonisti, gli elettori decideranno per colui che saprà convincerli di essere duro e, soprattutto, per quel leader che cavalcherà la piazza e l’opinione pubblica sparando a zero contro la casta dei politici, la mala politica e la cattiva amministrazione.

Questa volta i voti andranno a un populista arrabbiato e vicino alla rivolta dell’opinione pubblica contro la politica. Con un'avvertenza: l’aspirante premier di governo non dovrebbe avere, nel corso della campagna elettorale, altri volti o comprimari (vice leader) in grado di rubargli o offuscare la scena. E su questo versante Berlusconi tra Gianfranco Fini e Umberto Bossi è messo male.

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 02 aprile 2008 )
 
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