 Manifesto elettorale Lega Nord ritoccato (da internet)
La compagnia aerea di bandiera, l'Alitalia, è in crisi (formale e dichiarata) dal 1991; sinora è andata avanti con prestiti che sono divenuti una voragine di debiti e con contributi a fondo perduto dello stato. Nonostante ciò è andata sempre peggio. Ora l'Unione europea non permette più finanziamenti a fondo perduto. Nel CdA dell'Alitalia siede da tempo un rappresentante della compagnia nazionale francese Air France, il neo presidente della repubblica francese si è incontrato ufficialmente con il governo italiano, il governo di Romano Prodi ha condotto una ridicola trattativa di vendita della flotta aerea nazionale. Il resto è cronaca quotidiana.
Se le notizie sono vere sembrerebbe che l'Alitalia abbia diecimila dipendenti e perda un milione di euro al giorno e che i pochi aerei che volano mantengano cinquanta dipendenti ciascuno tra personale di volo e di terra. Personale tutto, o quasi, scelto per meriti politici e sindacali. Collegati alla compagnia aerea ci sono gli aeroporti di Milano (l'hub di Malpensa e Linate) entrambi gestiti dal Comune attraverso la società SEA e l'hub di Fiumicino gestito dalla società Aeroporti di Roma (controllata da Gemina). Come può una normale politica di gestione tenere in piedi due basi di armamento ("hub") per una compagnia aerea in crisi? Specie quando nel quadro europeo le altre compagnie di bandiera hanno un solo hub sul loro territorio? E' inutile dire che si devono salvaguardare gli interessi della Padania: gli aereoporti minori possono benissimo sussistere per i voli delle compagnie low-cost, ma solo uno in Italia può essere l'hub di Alitalia e non certo Milano. Gli amministratori del Comune meneghino hanno fatto una cattiva politica, mirata più al consenso elettorale che alla reale visione manageriale. I sindacati per salvare qualche posto di lavoro ben pagato hanno troppo tirato la corda e fatto fuggire anche l'Air France, che dal posto privilegiato nel CdA conosceva bene la situazione di bancarotta. Così come chi ora dicesi pronto a intervenire per salvare l'Alitalia o lo fa non conoscendo la reale situazione o per qualche voto in più. O peggio... Acquistare l'Alitalia è facile: basta avere il denaro e andare in Borsa per la trattativa. Qualsiasi salumaio ne è capace, difficile è gestirla. Solo un'altra compagnia aerea ne sarebbe in grado. Ma l'italiana Air One è piena di debiti con le banche. Se un'azione dell'Alitalia dieci anni fa valeva cento lire (cinquanta euro) oggi vale pochi centesimi di euro (zero lire). Il 49,9% del capitale azionario è del ministero del Tesoro, il resto nelle mani dei risparmiatori italiani che anni fa investirono nella compagnia di bandiera e che ora hanno perso i loro risparmi. La politica di risanamento dell'Alitalia consisterebbe nell'acquistare al valore di sottomercato (centesimi di euro) le azioni, in virtù di un prestito di pari valore dello stato ai furbetti del quartierino aereo che vorrebbero mettere le mani sulla compagnia. Evidentemente un prestito senza adeguate garanzie (i furbetti non ipotecherebbero i beni di famiglia) e a babbo morto. Il gioco funzionerebbe così: la banca Intesa Sanpaolo (o un'altra) emetterebbe un prestito su indicazione governativa, il valore del prestito verrebbe suddiviso in azioni e/o obbligazioni Alitalia da affibbiare ai risparmiatori inconsapevoli attraverso fondi di investimento o altri strumenti finanziari, se la compagnia aerea dovesse fallire (poiché è chiaro che la gestione autonoma è insanabile) i risparmiatori avranno perso, ancora una volta dopo Parmalat, Cirio e il prestito argentino, i loro sudati risparmi ma lo stato, le banche e gli avventurieri dell'imprenditoria non ci avranno rimesso nulla. E' la solita storia. |