Intorno agli anni sessanta dello scorso secolo sui tornanti che salivano verso la sommità di monte Mario, a Roma, in prossimità del nuovo tribunale ubicato a piazzale Clodio, erano parcheggiate roulotte e camper che altro non erano che postazioni d'ascolto di quanto si diceva negli uffici del tribunale. Anche in qualche appartamento dei paraggi si erano insediate vere e proprie centrali di captazione di onde sonore e vocali, tramite filo e parabola. I settimanali Tempo e L'Europeo - che semplice concidenza dopo qualche tempo cessarono le pubblicazioni - svolsero delle indagini in proposito.
Il centro d'ascolto messo in piedi dalla guardia di finanza in uno degli appartamenti era considerato il più tecnologicamente all'avanguardia di quelli presenti in Italia; e si può capire anche il perché. Molti evasori o abituali imbroglioni potevano avere un riscontro d'indagine proprio tramite le intercettazioni; d'altro canto alla guardia di finanza potevano risultare utili, ai fini del proseguimento e approfondimento delle indagini, le confessioni o gli interrogatori tra inquirente e personaggio convocato in tribunale. Allora il nuovo Tribunale, diretto da un magistrato che poi fu trasferito a l'Aquila, veniva considerato dagli addetti ai lavori "il porto delle nebbie", nel senso che - come un buco nero - inghiottiva tutto senza lasciar trapelare nulla (di ufficiale o pubblico: cioè a conoscenza dell'opinione pubblica o di altri magistrati o forze dell'ordine) per cui per talune indagini non rimaneva che l'ascolto illegale per carpire utili informazioni. Anche molte circostanziate denunce di Marco Pannella, dopo qualche convocazione, finirono nel buco nero. L'affollamento intorno al tribunale generò una lotta di tutti contro tutti: carabinieri, polizia, ministero degli interni, la citata guardia di finanza, servizi segreti di varia estrazione ecc. Qualche solerte tecnico, lasciate le forze dell'ordine, si mise in proprio seguito da altri in breve tempo. Anni dopo anche la concessionaria dei servizi telefonici istituì un servizio analogo per lo Stato e la grande industria, un servizio che degenerò sino alle recenti cronache. I risultati delle intercettazioni, compiute illegalmente da professionisti del settore, non giungevano ai giornali (se non per casi eccezionali connessi alla lotta tra lobbies) poiché erano azioni commissionate da potenti in vista della spartizione di commesse di Stato, nomine ministeriali, carriere politiche, oppure per comprovare infedeltà coniugali, ecc. Avendo ogni committente il suo scheletro nell'armadio, tali pratiche venivano tollerate in quanto diffuse ad alto livello o "ufficialmente" solo dalle intercettazioni telefoniche e ambientali autorizzate dal giudice istruttore. E' noto il caso di quel magistrato che supponendo di essere ascoltato, a fine conversazione, urlò nella cornetta: brigadiere ha trascritto tutto? Sentendosi rispondere dall'ingenuo poliziotto: sissignore! Meno noto, ma oggetto di illazioni, il caso della cimice (microfono spia) acquistata per posta a una ditta di Milano, allora all'avanguardia in attrezzature del genere, e messa sotto il tavolo dell'on. Giulio Andreotti, quando era presidente del gruppo parlamentare del suo partito, da un collega di una corrente contrapposta in ascolto in una stanza nella stessa ala del palazzo. Da quando le intercettazioni (sonore, fotografiche, infrarossi ecc.) sono state usate da settimanali alla moda e quotidiani d'assalto per documentare quello che l'opinione pubblica vuol sapere sulla vita amorosa e affaristica dei cosiddetti vip, le caste si sono coagulate e trincerate inizialmente dietro la privacy, poi per invocare il divieto di registrazione, conservazione e pubblicazione. Quello che era un mezzo sorto per combattere i malavitosi, via via è degenerato sino all'uso indiscriminato di massa (favorito dalle nuove tecnologie). Facile ora dire, da chi vuole fare i suoi affari leciti e meno leciti, di ritornare all'uso che ne facevano i potenti all'insaputa dell'opinione pubblica. La morale è sempre quella: il popolo non deve sapere!
|