Nonostante la conclamata égalité della Rivoluzione francese e i buoni propositi di uguaglianza espressi nella costituzione degli Stati uniti d'America, non siamo tutti uguali. Non mi riferisco, evidentemente, alla visibile differenziazione somatica delle razze o a quella del sesso. Ma all'uguaglianza sociale.
Qualche esempio per quanto riguarda l'Italia. Tra due donne sessantenni che abbiano iniziato a lavorare a vent'anni, una nel commercio come commessa (in piedi dietro un bancone sette ore al giorno per sei giorni a settimana) e l'altra usciere in un ente pubblico (seduta dietro un tavolo sei ore al giorno), la pensione non sarà uguale: l'uscere avrà un trattamento pensionistico migliore della commessa. Ma anche nel percorso scolastico, che in un modo o nell'altro influisce sullo sbocco lavorativo, le opportunità non sono uguali: ci sono costosi collegi e università legalmente riconosciute che immettono nel mondo dell'alta borghesia in posti produttivi dirigenziali; ma ci sono anche volenterosi e diligenti giovani che, dopo aver percorso brillantemente l'iter scolastico sino alla laurea, ripiegano su occupazioni di scarsa soddisfazione o con contratti non confacienti. Sappiamo che in ogni campo le risorse sono poche e gli aspiranti molti, per cui non è possibile (a parità di merito) raggiungere tutti lo stesso traguardo. Prendiamo ad esempio le decine di migliaia di stipendiati dalla Rai o gli altrettanti dall'Alitalia, a remunerazioni che non possiamo dire concorrenziali con aziende similari ma di assoluto privilegio. Secondo quanto emerso in una puntata di Omnibus (La 7), sono circa un milione gli italiani che vivono di politica, cioè non facendo nulla: solo del chiacchierificio, come diceva Pierre Carniti. Portaborse, componenti di fantomatiche commissioni, assessori, consulenti, consiglieri comunali, circoscrizionali o di enti montani, addetti ai patronati, sindacalisti e dirigenti di sezioni di partito ecc. capaci solo di criticare gli altri e proporre soluzioni campate in aria poiché non tengono conto dell'oggettiva realtà. Però lo stipendio lo prendono, e anche buono; anzi eccessivo per il lavoro svolto e la media nazionale delle retribuzioni. Tanto paga pantalone, cioè il cittadino contribuente. E qui veniamo a un altro punto di disuguaglianza macroscopica: ci sono cittadini che pagano le tasse e altri che impunentemente non le pagano, e non soltanto tra i professionisti e gli artigiani ma anche con i secondi e terzi lavori, specie nel pubblico impiego o tra i cosiddetti disoccupati o persone al minimo del reddito (che tali non sono). Siamo arrivati ad un tale punto di disuguaglianza che c'è chi ha proposto che per determinate persone sia sancita dal Parlamento (che già tutela ampiamente i suoi componenti) la pratica possibilità di commettere dei reati rinviando a babbo morto gli accertamenti istruttori per verificare l'illegalità compiuta. Così come hanno votato una legge che sostiene che se un giudice sta indagando su una persona, per dei reati commessi, deve avvisare preventivamente il reo che i suoi telefoni saranno messi sotto intercettazione. Per la legge transitiva (se non erriamo nel ricordo) possiamo dire che c'è chi è autorizzato a delinquere e chi può mettere un cartello fuori dalla porta di casa comunicando ai ladri che in quell'immobile è vietato rubare, come da accordi sindacali. Al tempo degli antichi romani non tutto doveva filare liscio come l'olio se correva il detto mala tempora currunt, ma nell'odierna società sembra che stiamo esagerando.
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