| 18 Luglio 2009
E' interesse della demodoxalogia conoscere il divario tra la realtà del fatto accaduto e la qualità del messaggio confezionato per darne notizia all'opinione pubblica. Le effemeridi che seguono sono tutte successive alla notte di Natale 1223 e relative alla prima rappresentazione del presepe vivente, almeno propagandata come tale all'opinione pubblica. Hanno un contenuto univoco per alcuni aspetti, che abbiamo trovato anche nell'allestimento di Giotto. Sono tutte difficilmente congruenti con la morfologia e geografia del luogo reale, che ospitò la rievocazione della Natività voluta da Francesco in quella notte di Natale nei dintorni boscosi e scoscesi di Greccio.
La prima effemeride: una lunetta dipinta sulla parete della piccolissima grotta che ospitò la rievocazione di Francesco, è del 1228, stesso anno della Vita prima , la biografia del santo scritta da Tommaso da Celano. Ne sintetizza il racconto del Natale di Greccio, con un richiamo al vangelo di Luca sul lato destro di chi guarda. A sinistra si trova Maddalena, protettrice degli eremiti. Attraverso un improbabile portale si vedono persone elegantemente vestite, forse anche il cavaliere che avrebbe visto un bambino inesistente oppure animarsi un fantoccio simulacro del bambino. Al centro, sullo sfondo, si trova un celebrante con una grossa tau sul petto, vicino a un altare di fortuna, dove troneggia il calice d'oro contenente l'eucarestia. Davanti a questo e oltre un'improbabile coppia di colonne con capitello, Gesù bambino avvolto in fasce giace nella mangiatoia a forma di sarcofago. Sia Francesco che il bambino hanno l'aureola dorata, che indica santità per persone non più vive. Non vi è contatto fra loro. Francesco sembra adorante, ma non attore del miracolo del bambino. A destra, in una grotta, il presepe di Betlemme, sebbene la Madonna sia appoggiata a un improbabile letto lussuosamente tappezzato e la mangiatoia sembri più un sarcofago che una greppia. La lunetta raccoglie eventi diacronici, leggibili in modo palindromo. La grotta in cui la lunetta è collocata è davvero angusta e con difficoltà la scena rappresentata avrebbe potuto trovarvi fisicamente spazio.
La piccola grotta è situata nei dintorni boscosi e scoscesi di Greccio, in un piccolo anfratto sul fianco della montagna accessibile allora solo da un tratturo, distante dal modesto abitato circa due chilometri in linea d'aria. Sarebbe stata raggiunta nel buio pesto di una notte vicina al solstizio d'inverno, magari gelata o nevosa, illuminata a giorno dalle lucerne portate da decine e decine di persone, tutte confluite per assistere alla sacra innovativa rappresentazione la notte di Natale del 1223. Rapportare il contenuto delle scene dipinte nella lunetta situata nel luogo che fu teatro della sacra rappresentazione alla sua capacità in area calpestabile e volume basterebbe a dimostrare che tra il fatto accaduto e come questo poi fu riportato all'opinione pubblica esiste un più che apprezzabile divario.
Nei racconti tanto di Tommaso da Celano (1228, stesso anno della pittura della lunetta) quanto di Bonaventura da Bagnoregio, testo divulgato trentacinque anni dopo, nel 1263, è narrato un altro prodigio di non trascurabile rilevanza, anche se poi completamente oscurato dalla "invenzione" del presepe o dalla visione del buon uomo che vide un bambino che non c'era. Si tratta del potere farmaceutico del fieno collocato quella notte nella mangiatoia e poi portato a casa da ciascun proprietario di animali malati, che assumendolo guarirono. Tal fieno fu usato per sconfiggere un'epidemia dilagante che colpiva gli animali del luogo, ma anche le donne che avessero partorito con difficoltà (febbre puerperale?).
Demodoxalogicamente, disponiamo di due notizie. Una congruente con le condizioni ambientali e temporali del luogo e la qualità di un pubblico soggettivo attratto dalla speranza di poter preservare i propri animali dalla malattia e dalla morte, ergo, i propri beni, ma anche le proprie donne e madri. Un'altra congruente col desiderio di Francesco di nobilitare il rapporto dei pastori e mandriani in una coralità ambientale tanto celeste quanto terrena e, durante la notte di Natale, portare all'attenzione dell'opinione pubblica i benefici che potevano derivare dal riscoprire che ogni cosa terrena ha una matrice divina. Nei racconti di Tommaso da Celano e di Bonaventura da Bagnoregio l'aspetto veterinario e farmaceutico è ben presente, anche se in seconda linea, per poi in altre narrazioni e rappresentazioni sparire del tutto.
Segue un estratto delle due versioni elaborate dai due biografi ufficiali di Francesco. Nella Vita prima, cap XXX, Tommaso da Celano racconta:
C'era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco... il beato Francesco... lo chiamò... e gli disse: "Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per mancanza delle cose necessarie a un neonato , come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello"... Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello... Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi... Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucarestia sul presepio... Francesco si è vestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo... Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme...uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Ne' la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che lo avevano dimenticato e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria... Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti ed altri animali. E' davvero avvenuto che in quella regione, giumenti ed altri animali, colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati.
Da la Legenda Maior (testo di riferimento ufficiale degli affreschi di Giotto che stiamo considerando) di Bonaventura da Bagnoregio:
Tre anni prima della sua morte, volle celebrare presso Greccio il ricordo della natività di Gesù Bambino, e desiderò farlo con ogni possibile solennità, al fine di eccitare maggiormente la devozione dei fedeli. Poiché la cosa non fosse ascritta a desiderio di novità, prima chiese e ottenne il permesso dal Sommo Pontefice...Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia secolaresca e si era legato di grande familiarità all'uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.
Nel dipinto di Taddeo Gaddi (1327-66), successivo all'affresco di Giotto in Assisi, l'ambientazione è più lussuosa, all'interno di una chiesa con vetrate e abside. I paramenti sacri sono ricamati in oro. Il bue e l'asino alitano una greppia che sembra un sarcofago vuoto. Francesco è il nuovo padre di un bimbo teneramente vivo e lo tiene abbracciato e poggiato sulle ginocchia. I due sembrano stringere un libro chiuso, mentre il vangelo aperto che Francesco proclama è quello di Giovanni (1,1), dove al Cristo si affiancano il Padre e lo Spirito, costituendo la Trinità. La celebrazione della Messa rende immanenti le parole del vangelo di Giovanni leggibili nel dipinto: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio". Tutta la rappresentazione ha assunto un registro molto aderente all'opinione e volontà di Bonaventura da Bagnoregio quale ministro generale dell'Ordine eletto nel 1258 e al dettato delle Costituzioni narbonensi. La scena raccoglie eventi accaduti in tempi diversi ravvicinati, leggibili in modo non palindromo. Ogni incertezza rappresentata da Giotto nel ciclo di affreschi che illustra la Legenda Maior sembra essere stata fugata.
Nel prossimo articolo torneremo a guardare quanto Giotto demodoxalogo scelse o fu indotto a scegliere di far confluire nel suo "Natale di Greccio" affrescato nella Basilica Superiore di Assisi. Le precedenti parti di questa analisi sono state pubblicate il 26 giugno, il 4 luglio e il 12 luglio 2009.
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