| 16 Maggio 2009
Riporto alcune considerazioni di Carlo Curcio, già preside della Facoltà di scienze politiche alla regia università di Perugia, tratte da una dispensa universitaria in uso nei corsi di demodoxalogia (quando ancora non c'erano la televisione e internet): si tratta dell'intreccio tra cronaca, giornalismo e storia nei loro riflessi con la formazione dell'opinione pubblica.
Diceva un vecchio critico drammatico che non bisogna mai raccontare il contenuto di una commedia o di un dramma, per non togliere al lettore, che voglia andare a teatro dopo aver letto la critica, la sorpresa del finale. Non solo si giudica, ma s'inquadra l'opera esaminata nella storia del particolare genere a cui essa appartiene. Benché scritta subito dopo la prima rappresentazione, e cioè in un tempo che non supera le poche ore. La critica musicale, drammatica, cinematografica costituisce, sia pure a suo modo, un capitolo di storiografia della musica, del teatro, del cinema.
Di alcuni avvenimenti internazionali i giornali sono in grado, appena poco dopo che se ne ha notizia, di riferire i precedenti, di inquadrarli nel più vasto panorama storico-politico-diplomatico contemporaneo e talvolta anche meno recente. La morte di una illustre personalità è non solo annunciata sui giornali, ma comporta una biografia spesso critica e comunque ampia dello scomparso. Si tratta, com'è ovvio, di biografie e di giudizi che non hanno un carattere definitivo, scritti come sono sotto l'assillo della estrema urgenza di far comporre l'articolo ed, anche, sotto l'impressione immediata della notizia. Quante di queste biografie e quante delle recensioni a libri o critiche a commedie vengono raccolte in volume attestando che c'è in esse qualche cosa di duraturo, e che non tutto quello che sta nei giornali è destinato a vivere poche ore.
Da un punto di vista strettamente storiografico, cronaca è la notizia di un fatto, la narrazione di un avvenimento, senza coordinazione con fatti o avvenimenti precedenti, senza elaborati giudizi, o, comunque, senza vita. Benedetto Croce ha definito la cronaca storia morta, il cadavere della storia. La cronaca è un elemento di storia, non è storia. Non sempre i cronisti, i registratori di fatti e di eventi sono freddi: talvolta giudicano, ma non basta giudicare per dir che si fa storia; il giudizio deve essere, non diciamo spassionato, perché mai nessuno storico che sia veramente tale è stato privo di passione, ma almeno rapportato ad elementi probatori. Il menante che negli Avvisi di Roma registrò alla data del 19 febbraio 1600 la fine di Giordano Bruno, dette a suo modo un giudizio: "Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scellerato frate domenichino da Nola, di che si scrisse in le passate; heretico obstinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede et in particolare contro la Santissima Vergine et i Santi, volse obstinatamente morire in quelli lo scellerato, et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso; ma ora egli se ne avvede se diceva la verità". Ma cotesto non era, certo, un giudizio storico; risentiva dell'ambiente, delle passioni di parte, del clima nel quale l'evento si verificava.
Non potrebbe dirsi che i giornalisti odierni giudichino in circostanze molto diverse, ma difficilmente potrebbe dirsi che facciano solo e nuda cronaca. La loro opera, quasi sempre, è viva e calda. Persino nell'attività giornalistica più immediata qual è quella esercitata dai radiocronisti che riportano, momento per momento, notizia di ciò che vedono e ascoltano, sarebbe difficile dire che vi sia pura e semplice cronaca. Indubbiamente nulla c'è di più immediatamente legato all'avvenimento, di quanto non sia la registrazione di cose lì per lì viste o sentite; eppure, quanto calore in quelle cronache radiofoniche, quanta vita e, persino, talvolta, quali giudizi, scaturiti da una sensazione immediata del valore dell'avvenimento, che è ancora in corso, che non è ancora finito.
Il giornale non è cronaca. Certo, sarebbe azzardato asserire che sia storia; in senso pieno è forse di un giorno; storia considerata dal punto di vista di quel giorno. Ma per quanti sforzi facciano gli storici, la loro storia non è sempre la proiezione di sentimenti e passioni di un periodo determinato?
Le argomentazioni di Curcio, come quelle degli altri studiosi che - oltre sessanta anni fa, per non risalire ai fondatori della disciplina - si accostarono alla demodoxalogia (allora denominata demodossalogia per una questione di purezza linguistica) denotano come sin dall'inizio si sottolineava l'importanza del giornalismo nel concorrere alla visione della storia (e quindi alla formazione dell'opinione pubblica) e la temporaneità del concetto di "quel giorno" ai fini della proiezione storica: tale affermazione, che si può riportare all'attuale epoca dei sondaggi, esaltava la quotidianità dell'accaduto entro un determinato ambiente storico-culturale-sociale registrato dalle cronache giornalistiche.
Gli stessi argomenti giustificano, sul piano filosofico, il metodo denominato inde (indagine demodoxalogica) basato sulla correlazione di un evento in un dato ambiente ai fini della previsione statistica.
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