| 26 Settembre 2010
Coloro che hanno studiato la demodoxalogia (dal 1939 al 1989) sotto la guida del fondatore Federico Augusto Perini-Bembo si limitavano ad apprendere le definizioni di folla, pubblico, opinione pubblica, le varie differenziazioni dei multiformi pubblici e il rapporto esistente tra la disciplina e il giornalismo; cioè i principi fondamentali. Dei sette rami (sistematica, sociopsicologico, morfologico, applicativo, etico-politico, giuridico, storico) in cui si estendeva il campo della neoscienza, così come annunciati nelle dispense (da quelle dei corsi svolti all'università Pro Deo alle pubblicazioni edite dal Centro di Demodossalogia della Sapienza), non esiste traccia essendo solo enunciazioni incompiute: si hanno accenni concettuali che rimandano a specifiche dispense, mai pubblicate. Dal 1988 in poi gli studenti iniziarono a chiedere la metodologia per l'applicazione della cosiddetta in.de (indagine demodoxalogica); una specie di sondaggio dell'opinione pubblica con scelta a tavolino dei soggetti da interpellare, senza schemi prefissati o campionamenti di alcun genere, sperimentata negli anni 1939-40 e, principalmente, alla Mostra d'arte cinematografica di Venezia nel 1953.
Negli anni ottanta dello scorso secolo, in effetti, si erano affermati i sondaggi campionari della Doxa come strumento per conoscere le attitudini del pubblico e i giovani studiosi ne percepivano l'importanza e lo sviluppo. Ma l'indagine demodoxalogica rimase relegata nelle enunciazioni e nella storia della disciplina, nel senso che non furono svolte esercitazioni di alcun genere in sede dei corsi impostati dallo stesso Perini-Bembo; il quale, addirittura, come relatore della tesi "Inchiesta demodossalogica sul post-industriale" (1986, la prima tesi demodoxalogica discussa in una Facoltà di Sociologia) non volle accettare la dicitura demodoxalogia (che reintroduce più correttamente l'etimologia greca) e fece togliere un capitolo dedicato alla chiarificazione sperimentale della in.de. per sostituirlo con una indagine, condotta sempre attraverso i documenti del giorno ma senza l'elaborazione statistica delle tendenze, in quanto non ne percepiva l'attualità.
Oggi, ancor più di ieri, chi si accosta alla disciplina non si accontenta di una rassegna stampa dalla quale enucleare quella notizia che fa la differenza rispetto alle altre (controllandone la veridicità), ma chiede le formule per esporre graficamente e statisticamente il materiale evidenziato, ai fini di avere con un colpo d'occhio le tendenze dell'opinione pubblica e della società. Così, coloro che hanno letto il nostro corso di demodoxalogia e ancor meglio i partecipanti ai seminari del 2004 a Roma e del 2009 a San Martino al Cimino - tutte iniziative offerte gratuitamente dalla Sidd secondo lo spirito del suo statuto sociale - hanno appreso la metodologia connessa alla in.de. Un approccio che non si limita a rilevare gli andamenti, così come percepiti dal pubblico e divulgati dagli strumenti d'informazione, ma orientato a evidenziare le argomentazioni storiche dei maestri della demodoxalogia, innescandole sulle elaborazioni di Kurt Levin, Giovan Battista Vico, David Hume, Benot B. Mandelbrot e altri luminari di respiro internazionale.
Sin dal 1928 Paolo Orano, primo docente ordinario di Storia del giornalismo, nella sua prolusione all'Università di Perugia sottolineò l'importanza del fenomeno giornalistico quale forza sociale per influire sull'opinione pubblica; così dieci anni più tardi il suo erede culturale Perini-Bembo divulgò il motto "informarsi per informare-formando" l'opinione pubblica. In sostanza la frase sintetizza l'essenza stessa della demodoxalogia: conoscere, cioè rilevare (anche modernamente attraverso i sondaggi) l'opinione della gente prima di intraprendere qualsiasi azione volta a indirizzarla verso fini politici, commerciali o altro. Pertanto la disciplina, sin dalle origini, si poneva come utile strumento di conoscenza non solo per quanti aspiravano a svolgere la professione giornalistica ma anche per tutti coloro che, in un modo o nell'altro, avrebbero avuto a che fare con l'indistinto pubblico (dal cliente di un negozio al cittadino elettore e così via); quindi commessi, direttori di vendite o di campagne pubblicitarie, politici, docenti, amministratori pubblici ecc. Considerato che tutti ritengono di decidere in base alle proprie cognizioni, rifiutando i convincimenti altrui e soprattutto le novità dirompenti, conoscere i punti sensibili su cui far breccia è una delle tecniche migliori per raggiungere lo scopo con minore spesa di tempo e denari. Come recita il Vocabolario di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, la disciplina si pone come "lo studio dei presupposti psicologici e sociali dei processi informativi e formativi dell'opinione pubblica, ai fini di stabilire la combinazione più conveniente tra la notizia, il pubblico e lo strumento di diffusione".
In un percorso di oltre ottant'anni, dalla tesi di laurea di Perini su Giornalismo ed opinione pubblica nella rivoluzione di Venezia (1938), passando per i maestri che la divulgarono sino agli odierni continuatori che si ritrovano nella Sidd, lo studio della demodoxalogia ha allargato il campo d'azione riflettendo prima sull'intersecazione con l'ambiente sociale (per esempio con Carlo Curcio e Nando Mazzei) e quindi alla visione dell'ambiente come interconnessione tra territorio/popolazione/risorse umane e naturali (Lineamenti di sociologia dell'emigrazione, Istituto bibliografico Napoleone, 1989). In sostanza, la differenza tra i demodoxaloghi e gli altri studiosi del fenomeno giornalistico o delle scienze della comunicazione si incentra su una diversa visione degli accadimenti, prevedibili in quanto collegati a un percorso storico/ambientale/scientifico (la dilatazione dello spazio nel tempo) ove il presente è il limite mobile tra passato e futuro (Toddi, Geometria della realtà ed inesistenza della morte, 1947 e Franco Rizzo, Consenso ed istituzioni, 1981). Il percorso della ricerca non è terminato in quanto i confini della scienza si dilatano sempre più: spetterà pertanto alle giovani leve dei demodoxaloghi aggiornare la disciplina alle mutate condizioni universali; per parte nostra rimandiamo a quanto abbiamo esposto negli Atti della LXV Riunione della Sips nel 1999, e nell'intervento "Perché esiste la disinformazione?" pubblicato nel 1996 sul n.313 della rivista Scienza&Tecnica della Società italiana per il progresso delle scienze.
RIPRODUZIONE VIETATA © Some
Rights Reserved. Nelle citazioni indicare sempre: autore, "titolo", link (www.opinionepubblica.com), data di pubblicazione. Licenza Creative Commons "Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo" versione 3.0 (Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Unported). La copia integrale, o quasi integrale, dei testi e delle immagini - soprattutto senza una corretta citazione della fonte - è deplorevole e comunque illegale: se si desidera riportare l'intero testo e le eventuali immagini, inserire piuttosto un collegamento alla pagina dell'articolo. Altri dettagli legali in Info e crediti. Per segnalazioni e commenti potete contattarci. Grazie.

