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A proposito di obiettività
Scritto da Giulio D'Orazio   
Mercoledì 24 Ottobre 2007 01:00
Pubblicato nel gennaio 1980 sull'Informatore economico-sociale

Riportiamo la parte finale della lezione svolta a Roma l'11 gennaio 1980 in seno al corso di Storia del giornalismo, alla Facoltà di scienze politiche della Sapienza, sul tema "Qual è la vera obiettività?".

Il 22 dicembre scorso il Gr1 delle ore 8.00 ha dato, con risalto, la notizia che erano stati arrestati degli esponenti del Msi e del Fronte della Gioventù, quali responsabili degli incendi ai mezzi dell'Acotral [il servizio pubblico di trasporto del Lazio]. Il Gr2 delle ore 07.30 aveva ignorato la notizia. Perché? Possiamo dare due risposte: state la differenza di mezz'ora non avevano avuto il tempo di redigerla, oppure (contrariamente all'opinione dei redattori del Gr1) non avevano ritenuto il fatto rilevante o di interesse nazionale. In fondo, avrà pensato Gustavo Selva direttore del Gr2, l'incendio ai mezzi di trasporto laziali è un fatto locale che non può essere posto sullo stesso piano dei fatti eversivi di Autonomia Operaia. Possiamo essere di difformi vedute ma sul piano dell'obiettività e completezza dell'informazione non possiamo criticare né il Gr1 né il Gr2; sono due modi diversi di concepire il giornalismo e servire il loro pubblico radiofonico; che è diverso da rete a rete.


Quando fu arrestato Daniele Pifano con i due missili il Gr2 delle ore 6.30 non specificò la natura dei missili mentre il Gr3 delle ore 6.45 li dette come di fabbricazione americana; poi risultò che erano di fabbricazione sovietica. Possiamo anche ammettere la fretta dell'esposizione ma la sostanza è che il Gr3 commise un falso.

Il Tempo del 22 dicembre ha dato con risalto la notizia che "la direzione socialista protesta contro il Tg2" per l'attribuzione di frasi ed atteggiamenti completamente difformi dalla realtà.

Vogliamo allora chiederci in cosa consiste l'obiettività della notizia?

Nello scorso ottobre a Fiuggi, al I° Convegno europeo delle agenzie di stampa, è stato evidenziato "l'appiattimento dei quotidiani che traggono le notizie dalle grandi agenzie; le quali più che offrire servizi passano veline quasi uguali fra loro. Dov'è quindi il lavoro di analisi e commento del giornalista? Quel lavoro basilare per il mantenimento della libertà e per la crescita culturale del Paese, che soltanto attraverso il pluralismo dei commenti provenienti dai vari gruppi sociali (partiti, sindacati, consumatori, categorie specifiche, ecc.) consente un'educazione alla scelta delle verità più probabilistiche. Le informazioni date o taciute sono un mezzo di comunicazione subdolo in quanto fanno passare degli input accettati come dati di fatto, cioè senza bisogno di verifica e senza nesso con i precedenti e le implicazioni sociali, politiche, economiche, culturali. E' attraverso il commento e l'analisi che il lettore si abitua a scegliere ed a capire la tonalità giusta".

Dare le notizie senza commento non vuol dire essere obiettivi, poiché il fatto può essere presentato senza riferimenti oggettivi di raffronto e quindi non essere capito nella dimensione giusta. Darlo con il commento è pericoloso perchè potrebbe essere, se non falsato, perlomeno distorto dal suo reale significato. Senza poi far menzione del modo di creare un'opinione censurando le notizie oppure tacendole, metterle in prima pagina a tre colonne o in penultima su una sola colonna e in poche righe.

Cosa intendiamo quindi per obiettività, qual è la funzione del giornalista e dei mezzi di comunicazione? Come assolvono al loro compito?

Illuminante è pag. 62 di Panorama del 31 dicembre 1979 con la storia del "Perché tanti silenzi" (spesso imposti dal potere politico ed economico) da parte degli organi di informazione a proposito dello scandalo delle tangenti Eni. Sempre da Panorama, nelle lettere dei lettori a pag. 11 del numero del 17 dicembre, si dimostra come un'omissione apparentemente ingenua da parte di un redattore del settimanale ha falsato il significato di una telefonata di Leonardo Sciascia.

Sul n.51 del settimanale Gente del 21 dicembre 1979 è pubblicato un servizio fotografico intitolato "Marines nel deserto (pensando all'Iran)" dove si afferma che nel deserto della Califonia si stanno addestrando i marines (truppe da sbarco americane) su un terreno che riproduce le caratteristiche geografiche iraniane e che tale forza dovrebbe arrivare a 110mila uomini. E' un modo tendenzioso del giornale di accreditare la minaccia di uno sbarco o una notizia ignorata dagli altri? Staremo a vedere. Per ora possiamo dire che i mezzi di comunicazione creano un'opinione, favorevole o contraria, accelerando il corso della storia.

L'etica giornalistica vorrebbe che si influisse per rendere la società migliore, più giusta, più libera. Il 18 dicembre 1979 Papa Giovanni Paolo II, a proposito di "verità" e "non verità", ha detto che "per non verità bisogna intendere tutte le forme e tutti i livelli di assenza, di rifiuto, di disprezzo della verità: la menzogna propriamente detta, l'informazione parziale o deformata, la propaganda settaria, la manipolazione dei mezzi di comunicazione, e simili". Ha inoltre aggiunto: "che dire della pratica di imporre a coloro che non condividono le proprie posizioni - per meglio combatterli o ridurli al silenzio - l'etichetta di nemici, attribuendo loro intenzioni ostili, stigmatizzandoli come aggressori mediante una propaganda abile e costante? Un'altra forma di non-verità si manifesta nel rifiuto di riconoscere e di rispettare i diritti oggettivamente legittimi ed inalienabili di coloro che rifiutano di accettare un'ideologia particolare, o che si appellano alla libertà di pensiero. Il rifiuto della verità ha luogo quando si prestano intenzioni aggressive a coloro i quali mostrano chiaramente che la loro unica preoccupazione è di proteggersi e di difendersi contro minacce reali che - purtroppo - esistono sempre tanto all'interno di una nazione, quanto nei rapporti tra i popoli. Accuse selettive, insinuazioni perfide, manipolazione delle informazioni, discredito gettato sistematicamente contro l'evversario - contro la sua persona, le sue intenzioni, i suoi atti - ricatti ed intimidazione; ecco il disprezzo della verità messo in atto per creare un clima di incertezza, nel quale si vogliano costringere le persone, i gruppi, i governi, le stesse istanze internazionali a silenzi rassegnati e complici, a compromessi parziali, a reazioni irrazionali; tutti atteggiamenti egualmente suscettibili di favorire il gioco omicida della violenza e di contrastare la causa della pace. Una delle grandi menzogne che avvelenano le ralazioni tra individui e gruppi, per meglio stigmatizzare l'errore dell'avversario, consiste nel non prendere in considerazione tutti gli aspetti, anche giusti e buoni, della sua azione".

Sostanzialmente, le stesse cose ha detto il direttore della sede italiana dell'agenzia dell'Urss Novosti al menzionato convegno europeo; infatti l'intervento ha avuto come titolo "l'informazione per la pace e la collaborazione".

Il presidente della Camera dei deputati on. Nilde Jotti parlando a Milano nel decennale della strage ha affermato: "Se viene compromessa la vostra capacità di partecipare, di discutere, di mobilitarvi, se restate soli, separati, chiusi nelle vostre case e nel vostro lavoro sappiate allora che voi, e con voi tutti noi, ci troveremmo innanzi a difficoltà enormi: e la libertà, l'autonomia di ciascuno, nonchè la stessa vita sarà messa in pericolo".

In pratica, anche quando tutti sono della stessa opinione, una differenza c'è. Illuminante è la vicenda sulla legge per l'editoria. Sia chi l'appoggia, sia chi la contrasta, lo fa in nome della lotta alle concentrazioni editoriali. Com'è possibile questa dicotomia di opinioni su un dichiarato consenso e proponimento?

Il fatto è che la verità è diversa perchè l'ottica e gli strumenti per misurarla sono diversi da gruppo a gruppo, a seconda delle collocazioni sociali o storiche, dell'ambiente o dell'epoca. Il rapporto allo spazio-tempo è una costante da cui non ci possiamo sottrarre.

Il 31 maggio 1954 l'allora direttore de L'Unità Luciano Barca scrisse, in un rimprovero a sette redattori colpevoli di aver falsificato il risultato di una partita calcistica, che "la forza più grossa del nostro giornale è quella di battersi ogni giorno sul giornale per la verità" (vedasi l'Espresso del 18 novembre 1977). Eppure molti accusano l'organo del Pci di partigianeria. D'altra parte sono spesso accusati di falso non solo i giornali dei partiti ma quasi tutti i veicoli d'informazione. E ciò è un bene: finché possiamo accusare gli altri di falso vuol dire che c'è libertà d'opinione, guai a noi quando l'umanità sarà tutta consenziente, vorrà dire che qualcuno, o un gruppo in accordo, sarà riuscito a massificare e ridurre in schiavitù culturale le intelligenze e le coscienze degli uomini.

Eppure un'etica esiste. Sarebbe quella di fare una netta distinzione fra i fatti e le valutazioni, mettendo a confronto fra loro almeno due opinioni diametralmente diverse; dichiarare sempre la propria opinione o collocazione politica; cercare fra le diverse opinioni i punti in comune per costruire qualcosa di utile al Paese, pensando al futuro e al sempre più veloce mutamento della tecnica, del vivere sociale e della morale; anticipare gli avvenimenti senza affrettare il cammino dell'umanità ma senza neppure considerare il passato come un traguardo insuperabile. Sarà compito dello storico fermare sulla carta i punti salienti della Storia, è compito del giornalista far capire il presente, raffrontandolo con il passato ed il futuro, con la tradizione locale e con le usanze degli altri. La massa di notizie, immagini e commenti non frastornerà il lettore ma lo abituerà a sapersi destreggiare nella ricerca non della verità (perché è soggettiva e legata al tempo e allo spazio in cui ha prodotto la sensazione sia quella immediata che tramite un ritorno d'attualità) ma della più probabile. Dovremmo abituare il cittadino a diffidare di chi dichiara di essere obiettivo o onesto ed educarlo a capovolgere, in ogni occasione, i termini del ragionamento. Abituarlo cioè a pensare in modo scientifico.

Un folto gruppo di personaggi in Italia e all'estero ha firmato, a suo tempo, un proclama di innocenza in favore del prof. Toni Negri. Ciò è legittimo e doveroso, ma gli stessi personaggi firmarono un uguale appello in occasione dell'arresto dell'anarchico Valpreda o di altri indiziati di sovversione rossa o nera? Se non lo fecero siamo legittimati a pensare che il loro atto odierno è un puro atto di partigianeria o di calcolo propagandistico.

Dobbiamo abituare il lettore a scoprire il reale significato delle intenzioni che si nascondono dietro le parole. Se chiedo ad un collega cosa pensa di un certo avvenimento forse mi dirà la verità, ma se sarà lui che - spontaneamente - mi darà dei giudizi non richiesti, il mio perché dovrebbe essere spontaneo. In ufficio l'impiegato che ha subito un rimprovero dal capo si sfogherà con un collega alla prima occasione enumerando qualche errore o deficienza del capo; ed inconsapevolmente così avviene in tutti i rapporti con gli altri.

Il lettore dovrebbe sempre chiedersi perché, a chi giova, qual è l'alternativa, come fu giudicato in altri periodi non lontani un avvenimento dalle caratteristiche simili a quelle odierne e perché, come sarà giudicato fra dieci o venti anni, che reazioni provocò, come incise sulla storia, ecc.

l giornalista dovrebbe invece sempre mediare i contrasti, mai rendere insanabili i conflitti sociali, che sono spesso aggravati da aggettivi o frasi peggiorative. Non tacere i fatti ma non esasperare gli animi. Dire la verità mettendo in guardia il lettore su eventuali e sempre possibili altre versioni dei fatti.

E' questo il vero concetto della libertà d'espressione, basato sulla eterogeneità delle fonti d'informazione e proteso verso la crescita culturale dell'umanità.

Ultimo aggiornamento Domenica 21 Ottobre 2007 17:45
 
 

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