Le carte da gioco sono tessere riunite, in numero stabilito, in mazzi omogenei per tipo di simboli. In ogni mazzo esse sono rigorosamente uguali per materiale, spessore, forma, decorazione e colorazione. Ognuna è caratterizzata, su una delle due facce, da un simbolo diverso da ciascuno degli altri del mazzo. Ogni simbolo assume un valore e una funzione diversa a seconda del gioco a cui si vuole giocare, anche molto diverso da quello apparente. Esistono diversi tipi di mazzi e codici di caratterizzazione. Ogni tipo di mazzo consente lo svolgimento di un certo numero di giochi, ognuno con valori, tecniche e punteggi codificati, riconosciuti e condivisi. Ogni gioco si caratterizza per una diversa attribuzione di valore data ai medesimi simboli riportati sulle tessere, oltre a criteri distributivi, di raccolta e conteggio delle carte stesse. Pur utilizzando il medesimo mazzo di carte, a seconda del gioco stabilito per quella partita, regole, valori, punteggi e tecniche cambiano.
Ogni gioco e ogni partita dovrebbero essere prioritariamente terreno di esercizio e affinamento delle reciproche conoscenze, abilità e capacità strategiche. Dovrebbero essere terreno ed occasione virtuosa di reciproca analisi, valutazione e accettazione critica tanto dei motivi di eventuali sconfitte (riconoscimento e uso virtuoso dell'errore), che di vincite (verifica delle abilità impiegate e potenziali) nel confronto operativo. Torniamo una volta ancora a Propp: ogni carta è oggettivamente e apparentemente caratterizzata, ma il suo valore reale sta nella funzione che le si fa svolgere durante quella determinata partita. Il non saperlo o il non volerlo sapere, favorisce la mistificazione. Altresì, ogni impatto che tende a modificare le condizioni ambientali di un certo spazio-tempo può dare o non dare i risultati sperati se, nel prendere una certa decisione, si è confusa l'apparenza con la realtà, se l'intesa è ambigua e i protocolli stabiliti disattesi. Se sto giocando a briscola e pretendo che il 7 di denari sia “bello” (scopa), quanto meno perderò la partita o verrò estromesso dal gioco. Un asso nel gioco della scopa vale 1, a briscola 11. Non si può pretendere di cambiare valore a partita iniziata. In ogni caso, avremmo perso tutti tempo e fiducia. Di nessuna utilità sarà negare l'errore o pretendere di proiettarlo sull'avversario. Si può deliberatamente barare, specialmente nel confezionare le notizie (fatti accaduti) in messaggi mistificatori. Si può barare anche per ignoranza o disattenzione, alterando di fatto e comunque le regole e i loro effetti applicativi. In tutti i casi, mistificando la realtà, si potrà vincere o perdere la mano, o la partita, per motivi spuri. Tale comportamento non è sempre produttivo, anche ai fini del prestigio, sia personale che di sistema. Un vecchio proverbio dice: a lu cuntare sentirai le risa!...a lu frijere sentirai l'addore! (“quando conterai i denari falsi con cui ti ho pagato il pesce, sentirai le mie risate!” dice tra sé l'acquirente disonesto; “ quando friggerai il pesce putrefatto che ti ho venduto per buono, sentirai che odore nauseante!” mormora il venditore altrettanto disonesto). Nessuno vince, se tutti vogliono farlo trasgredendo le regole per ignoranza prepotente o malafede. I valori e regole stabilite possono essere accettate per giocare in fair play (facendo prevalere conoscenza, memoria, abilità dei giocatori e - che vinca il migliore - accettando una onesta eventuale sconfitta). Gli eventuali errori in buona fede possono essere riconosciuti, accettati, corretti. Farlo è dignitoso, oltre che opportuno. Ostinarsi a negare di aver barato, o comunque trasgredito, può rivelarsi molto, molto negativo. Se si preferisce giocare in modo mistificatorio (barando, facendo prevalere astuzia, raggiro, scorrettezza, confondendo ruoli e valori, oppure pretendendo giustificazioni all'incapacità o all'ignoranza), si ha una vincita illusoria. Una vincita illusoria genera danni: sempre. La realtà ha l'abitudine di rivelarsi per quella che è, prima o poi: quale stile di gioco sarà più conveniente adottare? Per esempio, che ne pensa l'opinione pubblica di ristabilire, prioritariamente e senza ambiguità funzionali, la certezza del diritto? Ristabilire la certezza che ad ogni parametro di valore teorico o comunque dichiarato, corrisponda un equivalente percepito ed agito? Si tratterebbe dell'applicazione elementare di alcuni criteri di qualità.
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