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E' innegabile che il cinema (si veda l'effemeride su cinema e opinione pubblica) è quell'espressione artistica ed economica che maggiormente coinvolge il pubblico, e ancor più lo è la televisione proprio per la questione dello "spazio" accennata negli anni cinquanta dal noto psichiatra Cesare L. Musatti.
Dalla rivista Psiche, nn. 14-15-16 (De Carlo editore, 1950) stralciamo alcune argomentazioni: "In un articolo, 'Le caractère de réalité des projections cinématographiques', A. Michotte (in Revue Internationale de Filmologie, octobre 1948) ha messo molto bene in rilievo, studiandone i fattori e meccanismi psichici, la specifica impressione di realtà che si suscita nello spettatore di un film, e che è radicalmente diversa da quella provocata da ogni altra forma di arte figurativa, compresa quella teatrale. Michotte ritiene che in gran parte questa impressione di realtà, o carattere di realtà, derivi dalla corporeità che, a seguito del movimento delle immagini sullo schermo, si produce sullo schermo stesso: corporeità che ha una intuibilità, e realtà appunto, assai maggiore che non la corporeità prospettica quale può essere vissuta in immagini piane statiche: disegni, pitture, o anche proiezioni episcopiche o diascopiche, di figure costruite secondo le leggi della prospettiva, e cioè con rapporti, di dimensione e di posizione, corrispondenti a quelli delle proiezioni retiniche di oggetti tridimensionali reali [...] L'aspetto nettamente tridimensionale dell'immagine filmica non è sufficiente di per sè a giustificare quello che abbiamo detto il suo specifico carattere di realtà. Si muovono in un ambiente tridimensionale, si muovono nello spazio, anche gli attori di una recita teatrale; ed anzi lo spazio del palcoscenico è, per il nostro intelletto, spazio vero, mentre quello della scena filmica è meramente illusorio. [...] Quest'ultimo è qualche cosa che si genera sullo schermo, annullando nel contempo lo schermo stesso. Nella osservazione cinematografica lo schermo piano scompare infatti, non è più veduto come schermo, nell'atto stesso in cui la scena si anima e si sviluppa come qualcosa di tridimensionale. In certo modo si può dire che l'ambiente tridimensionale così formatosi è vissuto come retrostante allo schermo: come se fosse una finestra attraverso la quale si vede la scena. Ma neppure questo è del tutto esatto: effettivamente lo spazio tridimensionale così formatosi in cui la scena si svolge non trova posto, malgrado il suo carattere di realtà - ed è questo il suo elemento veramente paradossale - in quello spazio reale che lo spettatore in sala sente come il suo spazio, o come lo spazio senz'altro. [...] Questa è la differenza caratteristica con la rappresentazione teatrale: la quale si svolge sul palcoscenico, che è, ed è avvertito dallo spettatore, come una porzione dello spazio in cui si trova egli stesso"
Negli anni cinquanta la televisione non era ancora entrata nelle case degli italiani e la discussione accademica rimase circoscritta al teatro e al cinema. Nel 1989 all'università di Bologna, in seno alla LX Riunione della Sips, nel suo intervento "Dall'uomo all'immagine" il decano dei docenti demodoxaloghi Giulio D'Orazio sostenne che l'uomo da protagonista è diventato (in conseguenza all'avvento della televisione) strumento dell'immagine di se stesso, poiché non comunica più direttamente ma attraverso gli strumenti del comunicare. Argomenti forse da riprendere ed approfondire al convegno di Frascati.
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