| 12 Ottobre 2009
Nel corso dei dibattiti televisivi capita che qualcuno dei partecipanti sostenga che gli ascoltatori non riescono a capire o, perlomeno, a decifrare l'essenzialità del problema dibattuto. Il 10 ottobre scorso lo scrittore e giornalista Oliviero Beha, nel corso di Omnibus (La 7), nell'intento di abbassare i toni della polemica e chiarire le varie posizioni, in modo da lasciare ai telespettatori la possibilità di farsi una loro opinione, ha invitato gli altri partecipanti al dibattito a dichiarare la loro collocazione ideologica (politica, economica ecc.). In tale modo, conoscendo la posizione di questo o quel comunicatore, il pubblico può farsi un'idea sul perché si pongano in evidenza certi argomenti (o visioni di parte, cioè preconcetti) a danno di altri. Infatti, secondo Beha c'è sempre un retropensiero che guida il ragionamento.
In una lontana lezione del corso di storia del giornalismo alla Sapienza (Roma, 22 dicembre 1979), Giulio D'Orazio evidenziò quello che poi divenne uno dei punti fondamentali dell'indagine demodoxalogica: il ruolo ricoperto da chi, inevitabilmente, espone qualcosa che è correlato al suo ruolo (genitore, ministro, re o papa, e così via). Può un genitore ragionevole incoraggiare il figlio all'uso della droga? Cosa ci si può aspettare che dica un papa nei confronti della pace, della solidarietà o della bioetica? Si dice che l'oste, alla domanda se il suo vino è buono, risponda: buonissimo! Che idea può farsi un onesto cittadino nell'apprendere, dal diretto interessato e dalla tv, che Silvio Berlusconi è il miglior premier degli ultimi centocinquant'anni (quindi ancor prima dell'unità d'Italia) e che è il più perseguitato del mondo da una certa categoria di magistrati? L'elettore che idea può farsi di un presidente dell'esecutivo che sostiene di avere, dai sondaggi, il 70% di gradimento e pertanto si sente legittimato a governare con decisionismo (per decreti) e senza un concreto apporto parlamentare (attraverso la discussione delle leggi)?
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