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I frequentatori dei vari social network di internet (da YouTube a Facebook) sono in fibrillazione: è diffusa la convinzione che, attraverso il nuovo canale comunicativo della rete telematica che unisce il mondo, questo possa cambiare in meglio proprio per lo scambio più rapido e diretto di notizie e opinioni. Non sappiamo se la tecnologia computerizzata, a portata di tutti, migliorerà la situazione di questo mondo ma, in ogni caso, gli effetti non saranno a breve ma a lunga scadenza.

Nei processi della comunicazione (scritta, orale, televisiva, figurativa ecc.) partecipano più pubblici, ciascuno con motivazioni, bisogni e accolturamento diversi. Il pubblico che, sin dagli antichi greci, ha maggiormente (se non esclusivamente) contribuito a formare un'opinione pubblica orientata al rinnovamento politico e sociale è sempre stato una frangia di quella che possiamo chiamare la borghesia colta (ecclesiastici, artisti, intellettuali, scrittori ecc.). Ma la diffusione delle innovazioni in larghi strati di opinione pubblica è avvenuta solo nel corso dei secoli.

Un salto in avanti si è avuto con l'introduzione dei caratteri mobili per la stampa, a cavallo tra il XIII e XIV secolo: l'invenzione di Johann Gutenberg consentì una diffusione della conoscenza ad alfabetizzati (assai rari in quei tempi) che non avevano avuto possibilità e occasioni di accostarsi alle copie degli amanuensi, perlopiù a carattere sacro. Nel Settecento con Jean-Jacques Rousseau, Voltaire (Francois-Marie Arouet) e altri innovatori vennero coinvolti nel "progresso" anche gli strati meno alfabetizzati della popolazione. Ma la svolta si deve a Jean-Paul Marat con il suo giornale l'amì du Peuple che creò una coscienza e una opinione pubblica politica (si veda in proposito Demodossalogia e opinione pubblica, Sidd, 1998).

L'avvento della televisione ha cambiato il modo di informarsi e conoscere: non più riservato ai pochi lettori che leggevano e meditavano su quanto appreso, ma esteso a una maggioranza di pubblico che percepisce più le sensazioni trasmesse dal video che il contenuto dei "discorsi". Ma tra leggere (riflettere) e vedere (emozionarsi) c'è una vistosa differenza: generalmente coloro che partecipano emotivamente difficilmente creano ma, perlopiù, si adeguano con il trascorrere dei decenni alle teorizzazioni degli intellettuali. Anche perché l'opinione pubblica accetta con difficoltà il cambiamento e le novità. 

Con internet si è compiuto un ulteriore salto in avanti nella diffusione della conoscenza all'opinione pubblica a danno della qualità: mentre in epoca analogica gli autori erano professionisti della scrittura (pensatori, romanzieri o giornalisti), con la cosiddetta Rete chiunque può accedere a una forma di pubblicazione e trasmettere la sua opinione, ingiuria o illazione; anche i semianalfabeti o i disinformati. Da qui nasce una grande confusione in cui è difficile distinguere il vero dal falso, la proposta sensata dal parto di fantasia; ma è anche difficile setacciare le reti e i comunicatori.

Sono ancora molti coloro che ritengono veritiere, o perlomeno non pilotate, le notizie apprese dalla televisione; così come una volta si era soliti esclamare: l'ho letto sul giornale! In proposito scrisse un bell'articolo Ignazio Silone. Ma sono ancora di più coloro che si accostano a internet con la fiducia che sia lo strumento risolutivo delle controversie sociali. In questo modo, invece, i problemi si aggravano: le opinioni si frantumano, gli apporti intellettuali si disperdono e gli stessi sondaggi, con il tempo, perdono la loro capacità di misurazione delle percezioni. Invece di contribuire a soluzioni rapide ed efficaci, la confusione si riflette nella politica (con spaccature e trasformismi): si prendono posizioni non ponderate o provvedimenti improvvisati, nella convinzione che questo o quel piccolo gruppo di opinione pubblica possa essere vincente.

Il popolo di YouTube e di Facebook non rappresenta l'opinione pubblica, ma piuttosto minoranze emotive che, in quanto tali, si agitano e si fanno notare. Per i cambiamenti sociali occorre ritornare all'apporto intellettuale dei filosofi e degli economisti, alla sociologia politica e agli studiosi delle dottrine politiche in un confronto pragmatico con le forze imprenditoriali e del lavoro. 

L'opinione pubblica delle emozioni si forma presto ma scompare rapidamente: quella dei dibattiti culturali è solida e rimane nei secoli, quindi - alla lunga - è vincente. 

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