| 11 Novembre 2009
Dall'Informatore Economico Sociale del 25 ottobre 2009 riportiamo l'articolo scritto dal direttore, il demodoxalogo Francesco Bergamo
Secondo Aldous Huxley ci sono tre tipi di intelligenza: l'intelligenza umana, l'intelligenza animale e l'intelligenza militare. Ma da qualche anno ne esiste una quarta: l'intelligenza embedded.
«Ottimo lavoro, ragazzi.» Con questa frase il tenente colonnello Roberto Lanni, tutor dei ventitré giornalisti partecipanti, ha chiuso il “6° Corso informativo per giornalisti ed operatori dell'informazione destinati in aree di crisi” organizzato dallo Stato Maggiore della Difesa (SMD) di concerto con la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana). Nella sostanza, un manipolo di giornalisti, undici uomini e dodici donne, si è cimentato in un arco di tempo di due settimane in lezioni teoriche e pratiche sulle attività militari e sulle aree di crisi. Un esclusivissimo corso teso alla formazione degli embedded (cioè i giornalisti abilitati a seguire le Forze Armate nelle missioni di pace o in aree di crisi) con la costante presenza di due tutor militari e un tutor della FNSI: il tenente colonnello Roberto Lanni, il I° maresciallo Bartolomeo Causarano e il dottor Rodolfo Falvo.
Perché questo strano corso e soprattutto perché organizzato dalle nostre FFAA assieme alla FNSI? I tempi cambiano! Se una volta i giornalisti potevano arrivare al fronte con facilità, in quanto bastava rimanere dalla parte giusta e avvicinarsi con cautela quanto più possibile alla linea del fronte, ora, con la guerra asimmetrica, non è più possibile. Sono finiti i tempi dei Parise, dei Malaparte, degli Hemingway, delle Fallaci, dei Montanelli. Ormai le aree di crisi si trovano a macchia di leopardo e le stesse formazioni che si fronteggiano si spostano con rapidità. Questo significa che lo scenario è estremamente mutevole e fluido. I conflitti sono polverizzati, i vecchi blocchi contrapposti ante muro di Berlino sono solo un vago ricordo: ora i conflitti sono multietnici e infrastatali. Proprio a seguito di questo i giornalisti, da un po' di tempo a questa parte, stanno pagando un prezzo spropositato in termini di vite umane e nel contempo la disinformazione e l'informazione di parte stanno rendendo la comprensione degli eventi alquanto difficile e lacunosa. La FNSI con buona lungimiranza si è attivata e ha costituito il corso. Da sempre, poi, i giornalisti seguono le Forze Armate (anche se in maniera autonoma) per vedere da vicino quello che vanno a fare. Ma è altrettanto vero che i giornalisti sono sempre stati dei rompiscatole indesiderati e soprattutto degli indisciplinati. Tanto per rendere meglio l'idea riporto una citazione di Sir Garnet Wolseley: «Questi figurini inventati ora in appendice agli eserciti, che mangiano a sbafo le razioni dei soldati e nemmeno sanno che cosa sia il lavoro.» Vita difficile, dunque, fare il giornalista: era il 1869.
Proprio per questo, l'ufficio P.I. dello Stato Maggiore della Difesa e la FNSI hanno organizzato i corsi. Idea davvero ottima e soprattutto concreta. Conoscere il capo della comunicazione dello SMD generale Massimo Fogari (un vero alpino) ci ha fatto capire esattamente come fino ad ora avessimo una visione fortemente distorta dell'argomento. Forse anche preconcetta, ma sicuramente non del tutto chiara. Perché se fare buona informazione nel campo civile è un'impresa durissima, nel campo militare diventa un'impresa pazzesca. Napoleone aveva appreso come gli eserciti avessero bisogno di avere contatti con la stampa e l'opinione pubblica: «L'opinione pubblica è una potenza invisibile, misteriosa, alla quale nulla resiste. Nulla è più mobile, più vago e più forte; e benché sia capricciosa, resta tuttavia vera, ragionevole, giusta, molto più spesso di quanto si pensi.» Il generale Fogari invece ha pragmaticamente spiegato molto bene la filosofia del corso: «Riteniamo che sia una necessità per la cittadinanza italiana sapere quello che i loro militari fanno. E chi meglio di voi giornalisti è in grado di trasferire al grande pubblico tutte le nozioni, il modo di lavorare, tutti i successi e anche il grado di difficoltà che i militari hanno frequentando i vari teatri delle operazioni. Inoltre il giornalista può imparare meglio come funziona il mondo militare ed essere così in grado di spiegarlo meglio al lettore.»
Fin dall'inizio il corso ha preso una direzione precisa, tanto che il tenente colonnello Roberto Lanni ha detto: «Il corso serve ad addestrarvi per vedere quello che potrebbe succedervi e a farvi percepire il rischio che potreste correre nei teatri delle operazioni.» E chi se l'aspettava questa mossa? Eppure la logica militare non fa una piega anche quando sempre Lanni asserisce: «Noi abbiamo bisogno di contatti con la stampa per farci conoscere. Abbiamo bisogno che la stampa si rivolga a noi seguendo le linee giuste. Una informazione politica, ad esempio, il giornalista non deve chiederla a noi, ma al ministero. Noi, invece, possiamo rispondere per tutto quello che riguarda la parte operativa.»
Il corso è stato molto intenso e faticoso, soprattutto nelle sue applicazioni pratiche con le varie Forze Armate (Marina, Esercito, Aeronautica e Carabinieri) ma la cosa più importante rimangono i concetti precedentemente espressi. Non è facile, perché i giornalisti hanno sempre in mente la famosa frase di Winston Churchill: «In tempo di guerra la verità è così preziosa che bisogna proteggerla con una cortina di bugie.» Proprio per questo il corso è stato improntato alla massima trasparenza. L'intento è quello di rovesciare questa idea fortemente radicata che gli operatori dell'informazione hanno dell'esercito. Tutti gli istruttori delle 24 materie trattate rientravano tra i gradi di tenente colonnello e generale, un parterre di esperti davvero bravi, che hanno pazientemente demolito la naturale diffidenza e resistenza dei partecipanti alle cose militari, lasciando però spazio anche alla critica. Tutto questo qualche anno addietro sarebbe stata considerata fantascienza, eppure nelle basi militari di Roma, Brindisi, Grosseto, Livorno e Pisa è successo esattamente questo.
Il mondo è cambiato, ma soprattutto le operazioni in cui vengono coinvolte le nostre FFAA sono sempre più ipertecnologiche e questo inesorabilmente taglia fuori il giornalista dal teatro delle operazioni. Si rischia di rimanere ai margini e di non avere davvero la possibilità di osservare le cose e soprattutto, il fine, descrivere la realtà. Vi siete mai chiesti quanto costi mandare un giornalista a seguire questi drammatici eventi? Tantissimo. Il giornalista ha bisogno di una montagna di quattrini: deve pagarsi l'assicurazione sulla vita, la macchina, l'interprete, il producer, il fixer, la guardia del corpo e l'alloggio per tutti. Tutto questo chiude inesorabilmente la porta ai piccoli ma non alle grandi testate. Così addio pluralismo. Meno male che esistono gli embedded, che agganciati alle FFAA possono abbattere i costi e dare un importantissimo contributo al pluralismo dell'informazione. Una piccola agenzia di stampa, che non significa sia meno seria e attendibile di una grande, può competere alla pari con la Reuters. Questa è democrazia, fino a prova contraria. Oggi le notizie, per molti purtroppo, sono solo merce e troppi direttori di grosse testate sono attirati dalle logiche del libero mercato e dei bilanci: le notizie seguono le mode. I piccoli invece sono quelli che garantiscono una informazione più lineare e specialistica. Un eccellente articolo scritto sul quadro sociale dell'Afghanistan e immesso in rete è di fatto una effemeride (attestazione del giorno, ovvero storia) eterna: in quanto è possibile, grazie al web, ripescarlo anche a distanza di anni dall'avvenimento e leggerlo tranquillamente. Tutto questo a beneficio degli studiosi e dei lettori. Ecco perché sono rimasto incredibilmente sorpreso dall'approccio militare alla stampa, perché non hanno tralasciato nulla e hanno dato a tutti la possibilità di avere una voce in capitolo. Voce, peraltro, che potrà essere sia positiva, sia negativa. Ma come tutti ben sanno, il Cancelliere di ferro Bismark leggeva gli errori degli altri per pianificare il futuro della Prussia: «Le biblioteche sono piene di libri scritti da persone che hanno fatto le loro esperienze prima di me. Perché devo rischiare e perdere tempo a fare le esperienze quando basta solo leggere un libro?» I militari, dunque, usano le varie critiche per migliorarsi.
Gli embedded sono dei lavoratori che si trasferiscono in altra località per svolgere al meglio la loro professione. Usufruiscono dei mezzi e del personale a disposizione che con serietà e competenza garantisce loro la mobilità, ove possibile. E qui si vede aprire una parentesi: è pensiero comune che i militari ti portino dove vogliano loro. È vero, ma solo perché in altri posti la situazione è talmente instabile e pericolosa che anche loro, che sono armati e preparati a questo tipo di minacce si rendono conto che si rischia di non ritornare più a casa. Il generale Fogari non si è mai stancato di ripeterlo: «Da sempre i militari vogliono vincere le guerre e riportare a casa vivi tutti i loro soldati.» Perché tutto questo non è logico e giusto? Perché tanti si ostinano a guardare con sospetto queste persone? Gli embedded ormai saranno la figura giornalistica specializzata del futuro e quelli che comunque cercheranno di trovare il giusto equilibrio tra le varie intelligenze, peraltro cosa non assolutamente facile. La FNSI e lo SMD si sono già attivati, ora tocca agli embedded dimostrare quanto la scelta sia stata giusta.
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