| 06 Dicembre 2009
Intorno alla deposizione del pentito di mafia Gaspare Spatuzza c'è stata una grande attesa: addirittura il presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini si è sbilanciato, in un fuori onda che ha fatto clamore, nel definirla "una bomba atomica". Insomma, intorno al caso si è creata un'aspettativa di chissà quali retroscena. Ma che ha detto ai giudici il criminale? Che il suo capo (ormai deceduto) gli avrebbe confidato al caffè Doney in via Veneto a Roma che tra mafia e politica c'era stato un accordo con personaggi di grosso calibro, che il pentito supponeva essere Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri: in sostanza, un morto che non può confermare e un luogo affollato, il meno adatto per parlare di certe cose.
Di intrecci non chiari tra mafia, politica e organi dello Stato ce ne sono molti: basterebbe scorrere gli oltre cinquanta articoli scritti in proposito da Lino Jannuzzi; o le indagini pubblicate dieci anni fa sul giornale della Lega nord; o riflettere sui motivi che spinsero i carabinieri ad effettuare un sopralluogo nel covo del capo clan Toto Riina diciotto giorni dopo l'arresto, quando i picciotti già avevano ripulito i locali dalla mobilia e da ogni altra cosa; o considerare la scomparsa della borsa del giudice Paolo Borsellino, prelevata sul luogo dell'attentato da un ufficiale dell'arma.
Sul caso Spatuzza sorge un dubbio: un mese prima della deposizione del pentito, i giornali che ponevano l'enfasi sull'evento erano proprio quelli riconducibili a Berlusconi (Il Giornale e Libero). Hanno dunque montato l'opinione pubblica di destra in attesa di un qualcosa che si è rivelato un bluff. Ora, di converso, quell'opinione pubblica si compatterà ancora di più intorno al suo leader, che potrà legittimamente dire di essere al centro di un complotto. Che la deposizione di Spatuzza sia stata studiata a tavolino, compreso il fuori onda di Fini diffuso al momento giusto, per rafforzare la figura di Berlusconi vittima?
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