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Riformare la giustizia PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
Giovedì 18 Settembre 2008 06:00

Con stucchevole ipocrisia, gli addetti ai lavori (magistrati, avvocati e politici) invocano la riforma della giustizia sull'onda dell'esaltazione delle loro esternazioni o baruffe da parte di solerti giornalisti pifferai, e con cadenze periodiche specie in vista di coinvolgimenti giudiziari bipartisan. Noi riteniamo che i riformatori abbiano bisogno di avere al loro fianco degli storici o, più modestamente, dei lettori e catalogatori di giornali.

Il 17 marzo del 1963 (cioè quarantacinque anni fa) il preside della Facoltà di scienze politiche dell'università di Firenze, Giuseppe Maranini, allora ordinario di diritto costituzionale, svolse al teatro Quirino di Roma una dissertazione su "La crisi della giustizia in Italia" su invito dell'Associazione nazionale magistrati, dell'Unione magistrati italiani e dell'Ordine degli avvocati di Roma. Già dal titolo del discorso si arguisce che, fin da allora, qualcosa non funzionasse nel nostro ordinamento giuridico. Non per nulla in parlamento giacevano due corpose proposte di legge riformatrici: una a firma di Giuseppe AmadeiMauro FerriFranco Ferrarotti (socialisti, socialdemocratici e repubblicani), l'altra di Aldo Bozzi (liberale). Nella sua disamina, Maranini rilevò che l'indipendenza del potere giudiziario in Italia esisteva soltanto sulla carta e che, di fatto, i giudici non erano che dei funzionari. Questo fatto, unito alla lentezza dei processi e al sistema inquisitorio, portava il cittadino verso una generale diffidenza nei confronti della magistratura. Si rendeva quindi particolarmente necessario, secondo il docente, giungere "urgentemente all'attuazione dei precetti costituzionali in materia"; procedendo inoltre ad altre riforme che potessero avvicinare il nostro sistema a quello anglosassone, snellendo i processi, riducendo gli organici, aumentando le retribuzioni. Dallo scorso secolo ad oggi qualcosa è stato fatto, come l'aggancio delle retribuzioni dei vertici della magistratura a quelle dei politici, ove ciascuno sostiene che gli automatici aumenti non sono altro che il trascinamento dell'incremento dell'altra caregoria, e la riforma all'anglosassone nel dare le carte inquisitorie agli avvocati. Ma gli altri problemi? Quelli del cittadino?

Il parlamento è pieno di avvocati e addetti ai lavori giudiziari eletti in tutti i partiti: a occhio e croce si avvicinano al 50% degli eletti. Su molte cose si scontrano in pubblico ma, seppure con i distinguo del se e del ma, sono d'accordo in quello che più interessa alla categoria: 1) far durare i processi più a lungo possibile; 2) legiferare scarcerazioni facili e inquisizioni impossibili.

Con la lunghezza del processo, il cliente rimpingua l'avvocato nel corso degli anni o con la parcella finale (commisurata al periodo e all'importanza della causa); la lentezza della giustizia prostra il ricorrente che, alla fine, accetta la transazione proposta dagli avvocati in quanto sbandierata come una mezza vittoria. Sono gli unici che ci guadagnano. Il cittadino non avrà avuto giustizia e, se invece l'avesse avuta, gli anni trascorsi non avranno rifuso il danno. E' invece contento l'abituale lestofante (e il suo avvocato per via della copiosa parcella) per i vari cavilli, raggiri, complicazioni, condoni, abolizione di reati, prescrizioni, depenalizzazioni, che consentono l'impunità.

La riforma più importante, quella dello snellimento dei processi e della responsabilità del giudice, rimane solo una disquisizione accademica. Con buona pace per le categorie più deboli.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Settembre 2008 09:38
 
 

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