| 05 Settembre 2007
Il Consiglio d'amministrazione dell'Alitalia ha deciso come fronteggiare la crisi dell'azienda aerea che perde un milione di euro al giorno: mille prepensionamenti e ricapitalizzazione. Che vuol dire?
Mille lavoratori (piloti, personale di terra e di volo) saranno mandati a casa prima del tempo dopo una lunga trattativa con i sindacati e con sostanziose buonuscite che andranno ad arricchire la già congrua pensione. Forse molti saranno anche contenti di poter andare in pensione prima così da accettare altri lavori per rimpolpare la pensione, il braccio di ferro con i sindacati potrebbe essere la lista dei nominativi da mandare a casa.
Ma il punto centrale è la cosiddetta ricapitalizzazione, cioè far acquistare dalle banche o da personaggi che avranno credito dalle banche una quota del capitale sociale, attraverso il cosiddetto aumento di capitale: conferire maggiore valore alle azioni aumentandone il numero, attraverso denaro fresco e rivalutazione (se possibile) del patrimonio (aerei, attrezzature, marchio, ecc.).
Poiché le banche non sono enti di beneficienza, il denaro uscito dalle loro casse dovrà rientrare attraverso qualche altra operazione, per salvaguardarsi da sempre possibili fallimenti o impossibilità di recupero dei crediti. Quindi le azioni Alitalia saranno immesse sul mercato e mischiate nei vari fondi che le banche propongono ai clienti, tanto chi se ne accorge di quello che c'è nei fondi? Un documento analitico del portafoglio dei fondi non è mai mostrato, con la scusa dei cambi e delle operazioni in corso; per cui il risparmiatore vede - per esempio - 60% di azioni italiane, di cui 19% Fiat, 11% Eni, 10% Pirelli, 10% Indesit, 10% altre: è sotto quelle altre che si nascondono le azioni (o obbligazioni, a seconda dei casi) che non si vogliono mostrare. Peggio ancora quando sono nascoste in partecipazioni estere che si trovano nei fondi italiani.
Chi alla fine paga è sempre il risparmiatore. I casi Parmalat e Cirio non hanno insegnato nulla? Cosa fa la Banca d'Italia?
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