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Alternative al precariato PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio D'Orazio   
Lunedì 19 Novembre 2007 01:00

I precari sono milioni. Non lo sono solo quelli assunti a tempo indeterminato e, almeno, con un contratto  sottoscritto; sono tali anche la maggior parte dei commessi nei negozi e supermercati, delle segretarie negli uffici dei professionisti, dei lavoratori nelle aziende turistiche e di ristorazione, ecc.

Chiunque lavora senza contratto scritto e a tempo determinato è, a tutti gli effetti, un precario. Sente su di sé il peso di un'ingiustizia sociale rispetto a chi ha un posto garantito da una stabilità a tempo indeterminato, specie se nella greppia dello stato o negli enti soggetti al controllo pubblico. Un problema che sarà di difficile soluzione in quanto la soluzione, per essere giusta ed equanime, richiede un salto di mentalità culturale.

Se, da una parte, è vero che il precario vive nell'insicurezza e che non può permettersi di programmare la vita (matrimonio, nascita di un figlio, acquisto della casa, ecc.), dall'altra è pur vero che nel privato la precarietà dei lavoratori dipendenti è una necessità. Un qualsiasi datore di lavoro, pur mettendocela tutta, non sarà mai in grado di avere la certezza della prosperità della ditta, specie in una società globalizzata come l'attuale dove la stessa merce può essere prodotta da un concorrente a costi infinitamente inferiori. Per cui quando il mercato tira avrà bisogno di personale ma nei momenti di crisi dovrà alleggerire i costi dell'azienda; e i tagli più efficaci e facili da attuarsi sono il licenziamento dei lavoratori. Quindi è meglio assumere a tempo determinato: se alla scadenza vi sarà ancora lavoro il contratto potrà sempre essere rinnovato; e così di passo in passo. Ormai la tendenza mondiale va verso l'aumento del lavoro precario.

Non si può però salvaguardare gli interessi dell'imprenditoria a danno dei lavoratori. Una via di mezzo dovrà essere trovata: riconoscere all'azienda il principio della flessibilità del lavoro e al lavoratore la garanzia di una stabilità. Stabilità non vuol dire occupare un posto (pubblico o privato) a vita ma avere delle garanzie che diano affidamento a fronte della volontà di rimettersi continuamente in gioco, nelle mansioni, nella dislocazione geografica e nella remunerazione.

Assicurare all'imprenditore la flessibilità del lavoro subordinato, con i contratti a tempo determinato, è nell'interesse anzitutto del Paese per mantenere competitivo il sistema industriale ma, al contempo, anche i lavoratori precari dovrebbero avere il loro tornaconto, durante il periodo di precariato. Come? Attraverso una differenza di remunerazione tra il lavoratore (pubblico e privato) a tempo determinato e quello a tempo indeterminato. Nel senso che qualsiasi lavoratore senza contratto (o versamento dei contributi obbligatori previsti dalla legge) o con contratto a termine abbia una rilevante busta paga maggiorata, rispetto al lavoratore a tempo indeterminato. Stipendi o salari, con i relativi contributi pensionistici, perlomeno superiori del 20% con una indennità di fine rapporto versata direttamente sul fondo pensione del lavoratore a ogni scadenza del contratto.

Il costo del lavoratore a tempo determinato inciderà di molto sui costi generali dell'azienda ma questo è un rischio che l'azienda dovrà correre. Se il precario è assunto per far fronte a situazioni di emergenza o nei momenti favorevoli d'espansione commerciale della ditta o in seguito ad ordinativi, il costo del precario dovrebbe essere sempre e comunque concorrente con lo "straordinario" che in tali situazioni l'imprenditore paga ai suoi dipendenti per far fronte all'emergenza lavorativa. La filosofia dovrebbe essere: scoraggiare lo straordinario e incentivare il precariato.

L'altro salto di mentalità dovrebbe riguardare gli elementi della busta paga, in particolare quello della distribuzione dei profitti aziendali ai lavoratori, magari con la compartecipazione all'azionariato privilegiato. 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 20 Novembre 2007 14:19
 
 

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