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Nello scorso secolo gli istituti di credito, le assicurazioni e l'Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), come gli altri enti analoghi, investivano in palazzi che poi affittavano a prezzi di mercato. La politica che sottintendeva tale prassi partiva dal presupposto che il mattone è un bene durevole agganciato al valore dei mercati e all'andamento dell'economia. Oltre a salvaguardare il capitale nel tempo, il ricavo dagli affitti di appartamenti e negozi contribuiva a rimpolpare i bilanci degli enti: per quelli previdenziali (Inps e altri) costituiva una fetta sicura da destinare alle pensioni.

Le facili ricchezze accumalate nel settore dell'edilizia (con il conseguente affermarsi dei palazzinari), le pressioni politiche e governative sugli enti previdenziali per costringerli ad affittare a prezzo di favore gli immobili pregiati alle varie caste (politici, giornalisti, magistrati ecc.), hanno concorso a creare la cultura della proprietà della casa quale bene rifugio. Con la conseguenza di un mercato artefatto e fuori dalle regole: prezzi assurdi per i pochi affitti e per i tanti appartamenti in vendita (per i quali ci si indebita con i mutui).

In altre parti dell'Europa i governi hanno invece favorito le affittanze calmierandole con una politica di interventi anche fiscali, favorendo in questo modo le famiglie sollevate dall'incubo del mutuo e liberardo qualche spicciolo da spendere in altro modo. La cultura dell'affitto, sorvegliata dallo Stato, moltiplicherebbe dunque la disponibilità di abitazioni calmierandone i costi.

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