| 24 Settembre 2009
La salvaguardia dei posti di lavoro e delle aziende in attesa di uscire dalla crisi è un problema che reclama soluzioni concordate tra governo, imprenditori e sindacati dei lavoratori. Come ogni soluzione richiede, però, lunghi tempi di attesa tra concertazione, trasformazione in legge o accordo e applicazione: gabbie salariali, estensione del contratto di secondo livello, restituzione immediata di quanto prelevato dal fisco ai lavoratori ecc. Tutti provvedimenti che hanno i loro lati positivi ma anche negativi o addirittura di difficile operatività, almeno per ora. Se in una azienda il monte di fiscal drag fosse centomila e i dipendenti venti, a ciascuno andrebbero cinquemila euro che si perderebbero, nelle quotidiane spese di un lavoratore, in rivoli non sufficienti alla ripresa economica; se la stessa somma fosse invece data all'impresa a fronte di innovazione (dimostrabile) realizzata per mantenere i posti di lavoro, la spinta al superamento della crisi sarebbe evidente.
Tutti riconoscono che i lavoratori e i pensionati sopportano il peso dell'evasione contributiva delle categorie che hanno attività in proprio (professionisti, artigiani, commercianti ma anche le persone che ufficialmente risultano disoccupate). Gli unici a cui realmente interessa che le tasse siano pagate da tutti in modo equo sono proprio i lavoratori. A sinistra si suggerisce di tassare le rendite finanziarie passando dal 12,5 al 20%, come negli altri paesi: ma molte rendite non sono altro che i risparmi accumulati per avere un tenore di vita più adeguato. Si potrebbe mettere un tetto oltre il quale aumenterebbe la tassazione, ma la norma renderebbe i cittadini disuguali (con lunghi procedimenti giudiziari) e farebbe fuggire i possessori di grandi capitali, privando di liquidità le banche (e di converso le aziende, proprio in un momento di crisi). L'unica alternativa, allora, sarebbe quella di intervenire seriamente per scovare gli evasori e diffondere la cultura del rispetto della fiscalità.
Se si fissasse un tetto alle spese cosiddette accessorie detraibili dalle tasse (ristoranti, teatri, vacanze, abbigliamento ecc.), rapportato ai vari parametri delle aliquote fiscali, per cui chi dichiara mille potrà detrarre cento e chi dichiara diecimila ne scalerà mille, i lavoratori avranno tutto l'interesse a farsi rilasciare quel quantitativo di ricevute necessario alla giustificazione delle spese. Non sarà il toccasana, ma almeno si inizierà a comprendere con senso civico che la ricevuta è un obbligo fiscale e sociale. Per quelle categorie che hanno un'attività in proprio o non dichiarano redditi, la morsa del fisco dovrebbe controllare la congruità tra reddito e ricevute rilasciate, incrociando i dati forniti dai contribuenti lavoratori. Con penalità veramente severe e senza appello forse gli evasori si decideranno a pagare come gli altri cittadini, risanando il bilancio economico del governo. In questo senso sarebbe utile che Confindustria e sindacati iniziassero a parlare anche delle idee più "strambe", con l'obiettivo di un compromesso nell'interesse del Paese.
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