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 Non c'è bisogno di risalire ai precetti della scuola medica di Salerno per convenire che una buona masticazione giova alla salute del commensale. Ce lo hanno inculcato genitori, medici e pedagoghi, in alcuni casi aggiungendo quello sfoggio di cultura classica che non guasta: prima digestio fit in ore.
Con la masticazione i cibi vengono triturati, imbevuti di succhi gastrici e sciolti per secernere la ptialina che contribuirà a ricavare il maltosio, in pratica il glucosio, tanto necessario al corpo umano (è il combustibile che i muscoli bruciano). Una incompleta masticazione non trasforma interamente i cibi amidacei in combustibile, cioè in zucchero. Sulla scorta di tale constatazione, nei primi anni del secolo scorso R. H. Chillenden dell'università di Yale dimostrò che una masticazione prolungatissima riduceva notevolmente la quantità di cibo necessaria, in proteine e calorie, pur restando invariata la funzione nutritiva e fisiologica. E' il cosiddetto fletcherismo che equivale alla dieta parca dei latini e ai successivi studi danesi, giapponesi e degli italiani L. Luciani e S. Baglioni (L'alimentazione umana secondo le più recenti indagini fisiologiche, Milano, 1917): un'alimentazione economica per il portafoglio ma redditizia per la salute. Alla prolungata masticazione per una buona digestione la saggezza popolare ha aggiunto l'indicazione di non leggere, fumare o conversare troppo animatamente durante il pasto, non riprendere immediatamente le attività e - una pratica comune a molte credenze religiose, all'inizio probabilmente solo igieniche - di lavarsi le mani prima di mettersi a tavola. Senza dimenticare i consigli degli esperti in gastronomia, che per specifici cibi prescrivono il fuoco a carbone o legna e recipienti di coccio.
Osservate tutte le indicazioni sin qui esposte saremo in grado di assaporare i piaceri della mensa anche con la partecipazione dello spirito, moltiplicando ed estendendo il benessere a tutte le funzioni umane. Toddi dedica più capitoli del libro Il benessere integrale (De Carlo, Roma, 1946) proprio all'alimentazione economica e redditizia (per l'anima e il corpo).
Presso molte religioni o congregazioni esoteriche il pasto in comune tra gli adepti ha un valore di gran lunga superiore alla stretta necessità dell'alimentazione in quanto è "sentito" come una comunione di intenti culturali o spirituali; un vincolo che unisce in quanto ci si ciba dello stesso alimento. Ma, come in ogni appartenenza ideologica o associativa, a volte qualcuno eccede e interpreta o applica precetti in contrasto con la vita corrente oppure scaturiti da una fervida fantasia. I mormoni, scientology, i testimoni di Geova sono i gruppi più comunemente conosciuti ma, anche a livello individuale o in piccolissime comunità, l'adesione a credenze porta a comportamenti anomali: anche a proposito della mensa spirituale. Sul quotidiano La Gazzetta del Popolo del giugno 1929 leggiamo che al centro di Roma, in via dei Bergamaschi, esisteva un ristorante che: "non è un restaurant. Ossia è un restaurant perché vedo le tavole in fila ben allineate e le stoviglie e le posate che attendono i clienti ma, volgendo lo sguardo in giro, mi accorgo di essere in chiesa. Una chiesa con le scritte in latino e i simboli religiosi sulle pareti, un pannello che rappresenta la cena degli Apostoli sull'architrave. In fondo l'altare maggiore con la Madonna circondata da vivide fiammelle e alla mia destra e sotto i miei occhi un avviso sacro su cui leggo: Azienda del signore, regolamento interno."
In sostanza il regolamento, sunteggiamo dal lungo articolo, definiva i camerieri "Operai del Sacro Cuore" che si dovevano radunare in preghiera tre volte al giorno: alle 10.50, alle 15.00 per il rosario e alle 22.50 per "la coroncina propria e la lettura spirituale". Il saluto fra gli operai doveva essere "viva Gesù" e cose di questo genere... oltre all'avvertenza di non servire carne ai commensali il venerdì. Scrisse Alberto Cecchi sul Popolo di Roma il 22 agosto 1930:
"E così gli avventori, per poco che indugino intorno ai tavoli, dopo aver pagato il conto, vedono ogni sera, verso le dieci, rarefarsi il personale di servizio, i camerieri avviarsi uno per volta verso una porticina del fondo verso il retrobottega. Rimane allora vuota la sala, discende un singolare silenzio, ma subito si alzano, di là dal muro, nelle vicinanze della cucina, voci di uomini e di fanciulli che intonano le laudi della Vergine, che cantano in coro "O vivo pan del Ciel" mentre sulle pareti della sala brillano i lumicini elettrici [...] Ebbene quando un'ora dopo si vedono entrare le prime sciagurate passeggiatrici lunari via fatto di pensare che i denari vergognosi di cui son piene le borsette acquisteranno tra poco di una qualche santità [...]"
Infatti una parte degli incassi il gestore le devolveva alle Missioni, come evidenziato nelle immagini che riproduciamo e da racconti di testimoni diretti che ci hanno illuminato sul personaggio. Per chiudere, e completare il quadro, riportiamo il pezzo finale di un articolo del medesimo tono: " Ha voluto offrirmi un bicchierino. Ho chiesto, mentre mesceva personalmente il liquore: - E' "Strega"? Per poco la bottiglia non gli è sfuggita di mano: - Che dice mai, signore! In una azienda come questa? Beva: questo è "lacrima Christi", sempre sia lodato!"
Una storia vecchia ma che sotto altri aspetti è comune a tutte le esagerazioni, anche dei giorni nostri; di coloro che credono troppo nei miti, nei proclami politici e nel trascendentale. Forse sarebbe bene, ogni tanto, mettere in discussione se stessi e le proprie convinzioni. Semplicemente non prendendosi troppo sul serio...
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