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Normalmente, sia nell'usuale conversazione salottiera sia nei dibattiti politici, così come nell'esposizione didattica o giornalistica (a volte pure in quella scientifica), il ragionamento è guidato da opinioni che si affidano - a seconda del temperamento dell'espositore - a giudizi scaturiti dalla scienza o dalla fede. Il ragionamento o è suffragato da una fiducia istintiva che le cose siano proprio così come apprese e tramandate, oppure che le opinioni esposte siano state verificate direttamente dall'esperienza e dalla sperimentazione. Non tutti nel ricevere o inviare un messaggio si sforzano di essere equidistanti tra fede e scienza o lo calibrano rispetto all'azimut (si veda la puntualizzazione in proposito di Antonella Liberati). Ma non è grave: i punti di vista differenti arricchiscono il colloquio e sviluppano, in ogni caso, nuove tematiche e nuova cultura.

Qualche volta le motivazioni religiose predominano nella vita di alcuni popoli tanto da essere codificate nelle linee guida dello Stato. Perlomeno come simbolo: con tutto il peso e il valore che i simboli hanno nella vita di ogni giorno dei cittadini sudditi. Mentre in Italia i ministri e il capo dello stato giurano fedeltà alla repubblica davanti alla costituzione, negli Stati Uniti d'America i presidenti si insediano giurando sulla Bibbia e il riferimento a Dio è più volte richiamato in vari atti e perfino su un oggetto che nulla avrebbe a che fare con la religione: il dollaro. Da qui forse nasce la consapevolezza di un popolo che si crede (per autostima) capace di distinguere il bene dal male, come insegnato dalla religione, ed imporre al resto del mondo la sua visione dei valori. Al limite dell'assurdo è invece la visione religiosa del popolo ebraico che (ancora) crede nella venuta di un liberatore e, rifacendosi ai testi sacri, attende una seconda sanguinosa battaglia nella piana di Esdraelon, al termine della quale ci sarebbero mille anni di pace e rinnovamento religioso (tanto per sintetizzare in due righe un difficile testo dei profeti israeliti). Una convinzione collettiva che porta a credere che il regno di Israele conoscerà mille anni di pace solo dopo aver distrutto i popoli nemici.

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