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Siamo razzisti? PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Teresa Thibault   
Martedì 21 Ottobre 2008 07:00

Mese dopo mese sale il dibattito per interrogarsi se gli italiani (che hanno dato al mondo venti milioni di emigranti) stiano diventando razzisti. Destra, sinistra e anche la chiesa cattolica vogliono dire la loro: qualcuno per sostenere interessi politici di parte esagera o minimizza il fenomeno, altri intervengono solo per far notare la loro presenza. Non sono da meno i mezzi di comunicazione che per venire incontro alla morbosità del pubblico, in presenza di fatti di cronaca nera, amplificano gli eventi (per dimensione dello spazio riservato alle cronache e l'insistenza sugli argomenti).

In effetti gli immigrati aumentano sempre più, invadono settori commerciali, creano loro luoghi di culto e incontro, si inseriscono nella manovalanza della malavita. Il tragico attraversamento del mare con le cosiddette carrette, le bidonville nelle città, il degrado delle condizioni di vita degli immigrati clandestini e tutte le altre situazioni rendono oggettivamente difficile la convivenza tra culture e razze diverse. A questo si aggiunge che il numero degli immigrati aumenta sempre più: una presenza invasiva che crea, quindi, diffidenze tra la popolazione, divenendo capro espiatorio delle tensioni sociali.

Una quarantina di anni fa la spiegazione della crescente insoffrenza verso gli immigrati, portatori di altre culture e diversità, la dette il sociologo americano Robert K. Merton in un capitolo di Teoria e struttura sociale, (Bologna, Il Mulino, 1970). Ne riportiamo qualche passo:

"Se il gruppo dominante ritiene che i negri siano inferiori e provvede quindi che i fondi per l'educazione non siano sciupati per questi buoni a nulla e poi avanza come prova decisiva il fatto che i negri hanno, in proporzione ai bianchi, soltanto un quinto di diplomati universitari non si rimane sorpresi di fronte a questo troppo trasparente gioco [...] La condanna sistematica del gruppo esterno procede senza riguardo alcuno di ciò che fa. Nonostante le apparenze superficiali, il pregiudizio e la discriminazione non sono motivate da ciò che il gruppo esterno fa, ma sono profondamente radicate nella struttura della società e nella psicologia sociale dei suoi membri. [...] La reazione emotiva contro il gruppo esterno è un utile meccanismo per rinforzare i diritti speciali dei capi, educati settariamente ad apprezzare il giusto ordine delle cose e a considerare loro dovere mantenere la mediocrità degli altri."

Negli Stati Uniti d'America molti atteggiamenti sono cambiati e stanno tuttora cambiando, con la candidatura di Barack Obama alla presidenza; in Italia siamo all'inizio, anche perché ancora non abbiamo raggiunto - secondo le previsioni degli esperti - il venti per cento della popolazione di etnia diversa dall'italica. Molto dovrà cambiare anche da noi se vogliamo arrivare ad una pacifica coesistenza. Iniziando dalla politica e dalla scuola, dai mezzi di informazione e nelle famiglie.

Ultimo aggiornamento Venerdì 31 Ottobre 2008 10:09
 
 

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