| 06 Settembre 2010

Lo storico David Alvarez, dopo anni di estese ricerche negli archivi della santa sede e dell'intelligence inglese, francese, italiana, spagnola e americana, ha dato alle stampe I servizi segreti del Vaticano. Spionaggio, complotti, intrighi da Napoleone ai nostri giorni (Newton Compton, 2008).
Il poderoso volume è in realtà un trattato di storia su duecento anni di attività diplomatiche delle cancellerie europee: fatti sconosciuti non solo al grande pubblico ma anche agli addetti ai lavori. Considerata la complessità delle storie e degli incartamenti citati, oltre che il lungo periodo preso in esame, è assai difficile tentarne una sintesi. Ne consigliamo comunque la lettura perché, specie in ottica demodoxalogica, i fatti esaminati effemerocriticamente nel riscontro degli incastri delle vicende citate dall'autore permettono valutazioni diverse, a posteriori, su quanto sinora conosciuto o volutamente occultato.
Per i demodoxaloghi il libro riveste un'ulteriore importanza: si accenna infatti al sacerdote Felix A. Morlion e alla Pro Deo da lui costituita, prima negli anni trenta come centro di informazioni in Belgio e Olanda, poi a Roma nel dopoguerra come università cattolica internazionale (divenuta poi l'attuale Luiss). Sulle vicende del domenicano dell'ordine dei predicatori abbiamo già scritto, ma torneremo ad approfondire la sua figura di insigne studioso della filosofia dell'opinione pubblica coinvolto coi servizi segreti americani.
Secondo il critico Warren F. Kimball, Alvarez fa ricredere i suoi lettori sul concetto che la leadership pontificia e la gerarchia cattolica siano concentrate esclusivamente sul mondo spirituale. Tralasciando le intricate vicende della Curia e della diplomazia occidentale, ci soffermiamo parzialmente sulle vicende del moderno servizio segreto dello stato del vaticano, sorto agli inizi del Novecento per difendere la Chiesa e l'ordine tradizionale dagli errori del modernismo e del liberalismo laico. L'allora segretario di stato, cardinale Raffaele Merry del Val, avallò infatti la proposta di Umberto Benigni di combattere le argomentazioni e dirigere il dibattito politico attraverso "un'operazione di spionaggio indipendente basata sull'istituzione di una rete di agenti segreti in tutta Europa". Un servizio costituito all'inizio da preti, seminaristi e laici fedeli al papato; successivamente da veri e propri informatori che spiavano sia gli ecclesiastici sia i cattolici laici all'interno dei circoli vaticani e delle cancellerie delle grandi potenze. Un apparato che fu ridimensionato nel 1914 da papa Pio X ma ufficiosamente ripristinato da papa Benedetto XV, alla vigilia della prima guerra mondiale, con l'incarico affidato a Pasquale Grippo.
Nel 1926 il gesuita francese Michel d'Erbigny, che già era stato in Unione Sovietica, fu incaricato da Pio XI di ritornarci per una missione segreta che concluse nel 1932. Ancor prima della firma, nel 1929, dei patti lateranensi tra lo Stato pontificio e l'Italia di Benito Mussolini (che prevedevano l'educazione religiosa nelle scuole elementari, uno stanziamento per il restauro delle chiese, l'apposizione dei crocefissi nei luoghi pubblici e il salvataggio della Banca di Roma, a compensazione dei territori pontifici occupati nel 1870 dai bersaglieri dopo la breccia di Porta Pia e l'ingresso a Roma) il Vaticano ebbe al suo interno, dal 1927 e sino alla fine della seconda guerra mondiale, delle spie più o meno ufficiali, ma al servizio del governo italiano: Enrico Pucci, Stanislao Caterini, Giovanni Fazio e Virgilio Scattolini. Mentre la Germania di Adolf Hitler inviava periodicamente Josef Muller ad interrogare le sue fonti in Vaticano: Robert Leiber (ex assistente del futuro Pio XII) dell'Università Gregoriana, Ludwing Kaas (amministratore della basilica di san Pietro) e prelati come Johannes Schonhoffer e Hubert Noots.
Nell'autunno del 1943 per far fronte alle infiltrazioni e nel timore che i paracadutisti tedeschi che pattugliavano i confini della Città del Vaticano potessero entrare nei palazzi e, successivamente, alla fine del conflitto con il ventilato pericolo di una Europa sovietizzata, si diffuse la convinzione che bisognasse ricostruire un articolato servizio informativo vaticano. Dopo la consegna dei dossier scovati dagli alleati nel collegio georgiano a Roma, comprovanti gli intrighi tedeschi ai danni del Vaticano, e la certezza dell'insicurezza delle valige diplomatiche e del codice segreto, furono varati nuovi codici e le valige diplomatiche furono non più affidate a trasportatori esterni ma al confratello Edward Clancy. Intanto, oltre all'Unione Sovietica, anche gli Stati Uniti d'America instaurarono un servizio di informazioni sui messaggi che pervenivano in Vaticano: è di questo periodo la collaborazione di Morlion con l'OSS (i servizi statunitensi che precedettro la Cia).
Sebbene tramite i prelati in Vaticano pervenissero informazioni esclusive, è anche vero che l'importanza data dalle potenze estere ai servizi segreti pontifici è esagerata; anzi molte volte alcuni agenti, come ad esempio Virgilio Scattolini, vendettero ricostruzioni inventate. L'idea di una eccellenza del servizio segreto vaticano risale al periodo tra il Congresso di Vienna (1815) e la breccia di Porta Pia (1870): lo sviluppo della rete spionistica mondiale coinvolse anche la Città del Vaticano che fu costretta a rivedere la quantità e qualità degli informatori. Una decisa svolta dall'intelligence ottocentesca orientata unicamente a colpire le teste calde dei laici riformisti.
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