| 25 Giugno 2010

«La tradizione sociologica è più rivoluzionaria, più critica e più militante di quanto non siano i sociologi di oggi»: si apre così Perché la sociologia?, edito da Mondadori Università, a cura di Umberto Melotti e Luigi Solivetti: il saggio fa il punto su sviluppo, caratteristiche e prospettive della sociologia italiana intervistando Franco Ferrarotti, ottantaquattro anni, il più noto barone vivente della sociologia italiana.
Negli anni cinquanta la sociologia incontrava ancora l’ostilità delle tre correnti di pensiero allora dominanti. I seguaci di Benedetto Croce, ancora prevalenti nelle scuole e nelle facoltà umanistiche, disdegnavano la sociologia, "inferma scienza" che si occupava di realtà empiriche e non di concetti universali. I marxisti, ancora ossequenti al verbo moscovita, teorizzavano che l'unica vera sociologia fosse il marxismo, citando Lenin, per il quale tutte le altre correnti di pensiero erano dannose per il solo fatto di esistere. I cattolici degli anni preconciliari erano ancora fermi a una neoscolastica stantia, che andava poco al di là della rituale citazione delle encicliche sociali. Ferrarotti si oppose alle loro diffidenze e ai loro veti, aprendo alla sociologia di stampo americano, frammentaria e teoricamente carente ma sorretta da potenti fondazioni. Ferrarotti già negli anni cinquanta si era impegnato al fianco di Adriano Olivetti per una riforma dell'organizzazione aziendale e sociale risultando nella Terza Legislatura l'unico eletto della lista Comunità creata e finanziata da Olivetti. Nel 1961 vinse il concorso che istituiva la prima cattedra di sociologia in Italia e alla vigilia del '68 fondò la rivista Critica Sociologica.
Nell'agiografico libro Ferrarotti risponde alle domande dei colleghi Melotti e Solivetti: i temi trattati concernono la società italiana, le sue trasformazioni, le relazioni tra cultura e politica, l'immigrazione in Italia, la società multiculturale in formazione, la globalizzazione e, non ultimo, il ruolo della sociologia, la disciplina che Ferrarotti ha rappresentato per tanto tempo sulla stampa, alla radio e alla televisione, meritandosi la candidatura a senatore onorario della repubblica. Completano il volume alcuni documenti, interventi e testimonianze di Maria Immacolata Macioti,
Enrico Pugliese e Roberto Cipriani; un florilegio di citazioni,
straordinarie per puntualità e icasticità e una nota con riferimenti caustici a molte vicende dell'università italiana e a molte figure della cultura e della politica (da Lucio Colletti a Francesco Alberoni, da Pietro Rossi ad Achille Ardigò).
Come demodoxaloghi aggiungiamo che Ferrarotti, privilegiando le ricerche empiriche sul campo, ci ha fatto quasi dimenticare sommi sociologi italiani come Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Luigi Sturzo, Achille Loria, Camillo Pelizzi e Antonio Miotto, per citare i più noti; purtuttavia non ci sembra abbia concesso la giusta importanza alla psicologia sociale di Kurt Lewin, trascurando inoltre la visione universale che era propria dei primi cultori della disciplina (Charles-Louis Montesquieu, Auguste Comte, Adam Smith, Herbert Spencer): la ricerca nel sociale di costanti K nel tempo e nello spazio di cui si occupa anche la demodoxalogia.
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