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Pubblicato il 21/07/2007 su Demodossalogia e Opinione Pubblica

Il mondo della cooperazione sociale ha probabilmente una grande opportunità di sviluppo, ma la lobby del cooperativismo ha paura di perdere qualche privilegio.

La prossima liberalizzazione del mercato dei servizi pubblici locali imporrà di ripensare, almeno in parte, il ruolo delle imprese sociali e specialmente quello delle cosiddette Onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) che già operano con benefici tributari e riserve di mercato nei servizi esternalizzati delle aziende pubbliche. Di fronte a questa situazione i dirigenti del cooperativismo manifestano una vigorosa posizione di chiusura e di difesa dello status quo che appare francamente sospetta: la vera preoccupazione sembra infatti quella di difendere gli interessi dei pochi - la casta dirigente del cooperativismo, piuttosto che le ragioni dei tanti - i "soci" che lavorano al minimo sindacale. Da una parte gli interessi dei consigli d'amministrazione, dall'altra quelli del "parco buoi": ma si tratta di attività con fini solidaristici o di lucro? E infatti, al di là delle belle parole profuse in ogni occasione, i veri nodi problematici, denunciati da più parti, non vengono davvero affrontati. Perseverando in questo atteggiamento - dispiace dirlo, intorno alle ragioni del cooperativismo difficilmente si creerà un'opinione pubblica favorevole. Con tutte le conseguenze e le responsabilità che ne conseguono.
manifesto convegno 12 luglio 2007

In questo senso non credo aiutino neanche incontri come quello tenuto il 12 luglio scorso al Brutium di Roma, organizzato dal consorzio Coin con il patrocinio dei sociologi dell'Ans. Una tavola (poco) rotonda su "pubblici appalti e clausole sociali" servita a serrare ulteriormente le file e a rinsaldare alleanze, specialmente politiche e corporative: le recenti critiche avanzate al cooperativismo sono state liquidate sbrigativamente e senza alcun contraddittorio. Così come la questione della presunta campagna stampa contro l'impresa sociale: siamo d'accordo che possano esserci "clinicari" e altri soggetti interessati a sviluppare proficui business nel settore della sanità - anche a danno delle cooperative, ma da qui a screditare un'onesta inchiesta giornalistica ce ne passa! Non si possono confondere infatti le baggianate di qualche scribacchino con le testimonianze dei sindacati o con il servizio televisivo di Report: e non voglio difendere la trasmissione di Raitre - non ne ha bisogno, ma piuttosto la legittimità e la libertà di indagare per informare correttamente l'opinione pubblica.

Per la cronaca, ricordiamo che lo "scandalo" monta quando si diffonde la notizia che alla gara d'appalto per il Recup - il call center per le prenotazioni delle aziende sanitarie del Lazio, ha partecipato un solo concorrente - la cooperativa Capodarco, appunto. Alla Lait (fu chiacchierata Laziomatica) - la società che ha bandito la gara, si contesta la presenza nel bando di "condizioni restrittive e limitative della concorrenza e del mercato comunitari". La reazione della Capodarco, che già gestiva il servizio, è un'inutile polemica su come si possa conoscere il numero dei partecipanti a una gara pubblica prima dell'apertura delle buste: troppo facile rispondere che è sufficiente contarle? Quando la magistratura inizia a indagare e la Lait sospende la gara sine die, gli strali della Capodarco sembrano colpire un po' a casaccio: "siamo disgustati dalla protervia di questa stampa libera in mano a diversi noti 'clinicari' romani", "ogni giorno si assegnano miliardi di euro in 'house' a pubbliche società di diritto privato e a monopolisti di stato", e via dicendo. Le accuse restano generiche, non si fanno nomi, dunque il senso della denuncia si capovolge nel suo esatto contrario: "così fan tutti", perché la cooperativa dovrebbe comportarsi diversamente?

E allora, invece di infastidirsi perché qualcuno si impiccia dei loro affari - che fino a prova contraria saranno certamente limpidi, i dirigenti del cooperativismo dovrebbero preoccuparsi di agire per cancellare il dubbio che la loro principale mission sia lo scambio di favori con la politica. Di agire cioè come una qualsiasi altra corporazione con fini di lucro, esigendo privilegi in cambio di voti. Che altro sarebbero altrimenti le riserve di mercato e le "clausole sociali" depurate da tutta la retorica che le accompagna in ogni bel discorso? In un recente articolo Giulio D'Orazio sottolinea che "l'idea delle quote (cioè della ripartizione tra i vari concorrenti) discende da quel fair play che vede i politici, di destra come di sinistra, concordi quando si tratta di spartire posti di potere, privilegi e benefici".

Del resto, viviamo in una postmodernità liquida, sostiene Zygmunt Bauman: i rapporti di classe sostenuti dal primato dell'economia restano saldi e sopravvivono anche al dissolversi delle vecchie "solidità" sociali. In questo senso il sistema Italia temo sia giunto a un tale grado di disfacimento che si è persa ogni decenza e buon senso. Gli scandalosi costi della casta politica, documentati recentemente da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, sono solo la punta dell'iceberg di una crisi morale che mina alle radici la convivenza civile. Una discutibile distribuzione della ricchezza produce ancora differenti cittadinanze e la stratificazione sociale si è incancrenita in un sistema di caste: da una parte le corporazioni dedite al saccheggio del bene comune, dall'altra gli intoccabili, i precari con scarsissimi diritti e tutele.

E in questo poco edificante contesto che il terzo settore dovrebbe riaffermare la propria identità con coraggio prendendo le distanze dalla sudditanza e dalle derive di certa politica, evitando soprattutto la scorciatoia del voto di scambio. Insomma, l'impresa sociale promuove valori umani indiscutibili, produce valori economici importanti, ma al pari di altre realtà presenta alcune criticità che andrebbero affrontate e non sottovalutate. Bisognerebbe valorizzate dunque le caratteristiche peculiari della cooperazione affrontando i problemi che inevitabilmente si creano; "socializzandoli" si potrebbero trasformare questi nodi problematici in occasioni di sviluppo e miglioramento dell'intero sistema.

Ricordavo che recenti indagini giornalistiche (e della magistratura) hanno evidenziato alcuni di questi problemi: ribadisco che le risposte del cooperativismo sono sembrate perlomeno insufficienti, se non nella sostanza certamente sul piano della comunicazione. E lo dico con spirito costruttivo, dopo diverse discussioni con chi nell'impresa sociale ci lavora e soprattutto ci crede profondamente.

Tutto sembra cominciare dunque dall'inchiesta televisiva di Report: il servizio di Michele Buono e Piero Riccardi intitolato "gli esternalizzati" si concentra sui lavoratori delle cooperative che operano all'interno degli ospedali e critica la pratica di alcune aziende di affidare una parte delle proprie attività all'esterno. In sostanza si sostiene che il lavoratore ci rimette e l'azienda spende di più: insomma, che il meccanismo non funziona.

La reazione del cooperativismo a quell'inchiesta mi è sembrata scomposta, emotiva e anche per questo sbagliata: si è chiesta una smentita al programma di Milena Gabanelli senza che ce ne fossero gli estremi, ottenendo in risposta solo una semplice rettifica sulla confusione tra Comunità Capodarco e Cooperativa Capodarco. Davvero poco. O forse no, considerato che ad alimentare la confusione è proprio chi se ne lamenta: gli operatori del settore parlano quasi sempre di "Capodarco" senza specificare altro!

In ogni modo, potevano essere più efficaci le reazioni del cooperativismo alle polemiche innescate dal servizio televisivo e proseguite sulla carta stampata, passate per le bacheche sindacali e ritornate alla Regione Lazio. In sostanza ci si limita a smentire le diverse inesattezze effettivamente pubblicate qua e là: si dice giustamente che il lavoro spesso non è precario, che la cooperativa accusata di comportamenti dubbi non è affiliata alla Capodarco e si correggono altri errori di minore importanza.

Si evita però di affrontare con decisione quelle critiche che non si possono contestare facilmente: ma è davvero una battaglia persa cercare di dimostrare la bontà di discutibili contratti e relative retribuzioni o l'utilità di certi costi di intermediazione del lavoro! Meglio sarebbe riconoscere che su queste questioni è necessario discutere e, soprattutto, che il mondo della cooperazione sociale è disponibile a un confronto pubblico. Perché, lo ripeto, il cooperativismo non dovrebbe essere confuso con certa brutta politica, il voto di scambio e l'assistenzialismo o certo finto o esasperato liberismo. Si cancelli il sospetto dell'inciucio - voto in cambio di lavoro - con chi intende l'azione pubblica come tornaconto personale.

E ribadisco: se ci sono dei problemi non andrebbero nascosti, minimizzati o sottovalutati. E' un atteggiamento che non paga in epoca di "comunicazione 2.0" (permettetemi una liaison con l'internet partecipativa e interrelata per sottolineare la differenza con i vecchi modelli unidirezionali di comunicazione). In altre parole, può essere pericoloso sottacere i problemi portati all'attenzione dell'opinione pubblica: una solida credibilità può crollare in un attimo con un effetto domino. Forse ;-) era questo il significato dell'immagine nel manifesto della tavola rotonda (si veda sopra)? Potrebbero sembrare quisquilie di "comunicazione"... Però è proprio nei momenti critici che la comunicazione può risultare decisiva e un errore costare caro: l'esempio di due personaggi pubblici pizzicati in fallo e delle loro diverse reazioni dovrebbe chiarire la questione. Protagonisti due esponenti del governo di Romano Prodi: Giovanna Melandri, ministro per i giovani e lo sport, e Silvio Sircana, portavoce del premier.

Primo caso: non riconoscere l'errore ne amplifica le conseguenze negative. In questo senso ha certamente sbagliato il ciarliero ministro negando di essere stata in un certo locale alla moda e di aver conosciuto taluni personaggi. E ha perseverato nell'errore zittendosi quando sono state pubblicate le foto che l'inchiodavano alle sue tutto sommato miserrime responsabilità: un politico bugiardo - non importa la gravità della bugia, in un qualsiasi altro sistema democratico si sarebbe dimesso e magari anche vergognato un po'... Ma figuriamoci! Manteniamo una casta di politicanti che, oltre che costarci più che la regina agli inglesi, ha elevato l'impunità a valore tutelato per legge.

Secondo caso: riconoscere un errore delimita le conseguenze del danno. Così ben diversamente si è comportato l'allegro portavoce, sorpreso da un fotografo mentre contrattava con una prostituta per strada: ha ammesso le sue responsabilità, ha cercato di giustificarle e ha argomentato in modo credibile che quell'episodio non comprometteva il suo ruolo istituzionale.

Credo sia chiara l'antifona rivolta al cooperativismo: chi affronta i problemi salva un po' di credibilità, chi nega l'evidenza finisce per sputtanarsi completamente.
copertina libro disabili

Ma lasciamo stare le responsabilità della casta dirigente e guardiamo in faccia le persone che danno vita dalle fondamenta al cooperativismo: credo che i disabili siano davvero "diversamente abili" e che non abbiano bisogno di aiutini per competere e lavorare al pari dei cosiddetti normodotati. Al contrario, non mi sembra la pensi davvero così chi magari li chiama ipocritamente "diversabili" (sic) e poi ne fa oggetto di pietà per ottenere vantaggi di mercato. Cioè prebende per legittimare la sovrastruttura dell'impresa sociale e non certo privilegi per i disabili. Questi ultimi hanno dimostrato - anche attraverso le cooperative di inserimento lavorativo, di essere capaci e competitivi in molte occupazioni. Non in ogni attività, naturalmente. Ma questo vale per tutti, disabili e non. Le vere pari opportunità si ottengono soprattutto con i supporti tecnologici e abbattendo le barriere fisiche e ideologiche; certe elemosine ex lege appaiono quasi offensive (e concordo in questo con le donne orgogliosamente contrarie alle "quote rosa"). Ce ne possiamo fare un'idea anche con un libro di Candido Cannavò: E li chiamavano disabili racconta sedici storie esemplari di successo nello sport, nell'arte e nella scienza. Ma le "storie di vite difficili coraggiose stupende" - ne conosciamo qualcuna, sono tantissime. Non vogliamo certo dimenticare chi non ce la fa, però - ripeto, questo non riguarda solo i disabili.

In conclusione, qualche riforma sembra necessaria tanto al terzo settore quanto al resto del sistema paese: la speranza è che le persone impegnate nel cooperativismo e soprattutto la "base" dei soci, disabili e non, affrontino i problemi emersi mettendo in discussione, se necessario, quelle leadership che si dimostrassero inadeguate al rinnovamento e allo sviluppo della cooperazione sociale.

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