| 21 Febbraio 2008
Il Kosovo è una repubblica autonoma della Serbia con due milioni di abitanti e una superficie di circa due terzi quella di Roma (11.000 kmq), con vocazione agricolo-pastorale e qualche minerale da estrarre. Nei giorni scorsi si è dichiarato autonomo dalla Serbia concludendo un processo storico iniziato più di una trentina di anni orsono.
Durante la guerra fredda il Kosovo fu giudicato dalla Nato strategico per la sua posizione a cavallo tra la Jugoslavia e l'Albania e gli intellettuali del Paese furono corteggiati dagli Usa. Caduto il regime comunista e il muro di Berlino, i kosovari si dichiararono autonomi dall'Albania, alla quale erano soggetti, e aderirono alla repubblica Serba. Gli intellettuali però non smisero di auspicare uno stato autonomo.
Chi scrive ricorda che negli anni Ottanta dello scorso secolo incontrò tre volte in tre diversi giornali romani, nel corso di riunioni di redazione, sempre lo stesso kosovaro che illustrava le ragioni dell'autonomia proponendo articoli in favore di essa, così come veniva fermamente sostenuta dagli intellettuali del paese.
Evidentemente, con il tempo, gli intellettuali kosovari hanno sviluppato tra la popolazione una cultura statale autonomista raggiungendo lo scopo per il quale si erano per decenni impegnati. Il Kosovo è ormai uno stato e alla bandiera nazionale si affianca il vessillo a strisce degli Usa, come segno di gratitudine per il sostegno sempre ricevuto.
Su due milioni di abitanti quanti saranno stati e sono gli intellettuali che hanno creato lo stato del Kosovo? Non molti, ma la costanza e le dimensioni del territorio hanno reso possibile lo sviluppo di una cultura in un pubblico oggettivo (in quanto nato in quel frattale), soggettivo (in quanto ha aderito alle proposte politiche) e virtuale (per essere considerato dagli altri popolazione). Un esempio di come le idee passano da pochi a molti divenendo maggioranza.
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