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E' inutile riepilogare i fatti, la vicenda è ben conosciuta: se n'è parlato sui mass media e persino nei fast food... per via di quel certo pizzino inviato durante un dibattito su La7 da Nicola Latorre (il senatore ds coinvolto in passato, insieme a Massimo D'Alema, nelle intercettazioni sull'acquisizione di una banca da parte dell'Unipol).

Dopo decine e decine di sedute per eleggere il presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, grazie a due assenteisti di sinistra e un voto bianco, la maggioranza di Silvio Berlusconi ha imposto Riccardo Villari che non si è ancora dimesso, nonostante le pressioni del suo segretario di partito Walter Veltroni, forse perché (ma siamo maliziosi) il presidente della commissione dispone di auto con autista, segretaria, confortevole stanza di quaranta metri quadrati (col soffitto a sei metri), telefoni a volontà e ogni altro ben di Dio che la casta si concede. Ma non è questo il punto.

Quale è la funzione della Commissione di vigilanza sulla Rai? Al di là delle pompose parole, che nascondono la realtà dei fatti, la commissione calibra gli interventi politici nelle trasmissioni: cioè la spartizione del tempo e la collocazione nei telegiornali e nei cosiddetti approfondimenti dei vari rappresentanti partitici. Oltre ovviamente a dosare le assunzioni, le nomine e le promozioni. Nulla di nuovo sotto il sole d'Italia! Quando c'è da spartire qualcosa sono tutti compagni di merenda. Ma tutto ciò è ancora ben poca cosa: la sostanza degli interessi è altra.

La commissione mette il naso, gli occhi, le orecchie e le mani sulla distribuzione degli introiti pubblicitari che sostengono le reti televisive, secondo alcune indicazioni legislative. Ma nel nostro paese sappiamo tutti come è facile aggirare le prescrizioni della Gazzetta Ufficiale; figuriamoci quando si tratta di miliardi di euro! Più soldi arrivano a una rete e migliore sarà la programmazione e la capacità di audience.

Anche chi nega, in buona fede, l'influenza del mezzo televisivo sulla formazione delle opinioni pubbliche dovrà convenire che un presidente del consiglio dei ministri che si trova a controllare - direttamente o indirettamente - il 90% delle reti (tre pubbliche e tre private) sia in una situazione anomala, paragonabile in un certo senso a quella dei paesi a regime autoritario: il pensiero unico!

Mentre i giornali sviluppano lentamente un'opinione pubblica, stabile nel tempo, attraverso la condivisione di valori; nel formare un'educazione politica la televisione sollecita emozioni e bisogni che, in periodi di campagna elettorale, possono essere accentuati e indirizzati verso questa o quella formazione politica. Quel 5% di utenti televisivi che sceglie in base a sensazioni e influisce sul risultato. In sostanza, lo zoccolo stabile degli elettori si forma attraverso i giornali, il passa parola o particolari trasmissioni radiotelevisive (apparentemente neutre), mentre la tv nel suo complesso contribuisce a rinsaldare le convinzioni o spostare le preferenze. La logica è: o contro qualcosa o qualcuno oppure a favore. 

L'obiezione che Berlusconi, per ben due volte, ha perso le elezioni (in effetti una l'ha pareggiata) pur essendo al governo risponde a motivazioni diverse dall'uso del mezzo televisivo. Negli atti dell'VIII Convegno nazionale di demodoxalogia (Mira, Venezia, 2000), a pag. 42 si legge:

"le cause del peso crescente di quella particolare opinione su di un'altra non risiedono esclusivamente nella capacità di penetrazione dei mass media, essi sono lo strumento, non la motivazione!"

Come i demodoxaloghi sanno, l'opinione si costruisce attraverso un calibrato incrocio tra il pubblico, la notizia e lo strumento. E lo strumento televisivo sollecita emozioni passeggere, sempre sorpassate da altre emozioni. La creazione del consenso politico si basa su particolari regole che la tv può solo accentuare.

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