| 13 Novembre 2009
Due giganti della montagna del calibro di Silvio Berlusconi (presidente del Consiglio) e Gianfranco Fini (presidente della Camera) hanno preso a cuore, nell'esclusivo interesse di milioni di italiani, il problema della giustizia. Dall'incontro è partorita la soluzione ottimale: se dopo sei anni il processo non si è concluso il reato va in prescrizione. Per evitare cattivi pensieri hanno specificato che nei sei anni sono compresi i tre gradi di giudizio (sentenza, appello e cassazione), che per i reati gravi o di mafia sarà esclusa la decadenza e che la prescrizione si applicherà solo a coloro che risulteranno incensurati. Non hanno specificato se la riforma riguarderà solo il codice penale o anche il civile, che interessa di più la stragrande maggioranza della popolazione.
Per pura ipotesi: se un imputato platealmente condannabile, tra cavilli, ulteriori testimonianze, perizie e controperizie non arriverà entro i sei anni alla sentenza della Cassazione sarà prosciolto e incensurato, potendo - in tale veste - affrontare ulteriori processi senza carichi pendenti, cioè da innocente. Ipotesi del genere non sembrano improbabili conoscendo le disfunzioni della nostra giustizia, ove a cavarsela, tra condoni, abbreviazioni del processo con il patteggiamento e gli arresti domiciliari, sono sempre coloro che possono spendere di più (a volte anche cifre astronomiche) in avvocati di grido e creazione di un'opinione pubblica, se non favorevole, per lo meno disinformata.
Ma non sarebbe meglio snellire i processi riducendo il numero delle testimonianze (spesso su commissione), il ricorso alla Cassazione se il secondo grado di giudizio conferma il primo e l'attuazione della promozione o del trasferimento del magistrato solo al termine dei procedimenti già aperti (malvezzo che nelle cause civili è pilotato per favorire i condannabili); e, soprattutto, rafforzando gli organici e le attrezzature?
I vertici dell'Unione Europea hanno fatto i conti sui deficit degli stati europei. L'Italia è stata invitata a rientrare entro la soglia del 3% nell'anno 2012; la Gran Bretagna, che ora è al 10%, dovrà pareggiare i conti entro il 2014; e così via dalla Francia alla Germania (che è l'unica in condizioni non pessime). Se i paesi non pareggeranno i bilanci entro i limiti imposti e previsti l'inflazione potrebbe divenire "l'assillo principale" con una recessione complessa e pericolosa. Infatti, il rapporto medio europeo tra entrate e uscite nei bilanci statali potrebbe divenire, entro dieci anni se non sarà fermato in tempo, una spada di Damocle molto pericolosa: un indebitamento pubblico, dei singoli paesi, di gran lunga superiore alle possibili entrate e impossibile da compensare con nuove tasse (già alte). Su questo argomento si è argomentato frettolosamente, da parte dei mass media e dei politici, come se fosse una cosa di poco conto. Quando il tetto del debito pubblico sfonda una certa quota, la storia insegna, segue sempre la svalutazione monetaria, cioè la povertà generalizzata: i risparmi saranno azzerati mentre gli stipendi e le pensioni risulteranno insufficienti per far fronte al costo della vita. L'Unione Europea ha lanciato l'allarme, ma le banche rastrellano i pochi risparmi con investimenti a scadenze ultradecennali: se oggi investiamo 100 tra dieci anni riavremo meno della metà.
I governi non vogliono allarmare la popolazione e possiamo anche capirlo, ma una riflessione politica non può essere procrastinata.
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