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Circa trentamila yacht, registrati presso le capitanerie di porto italiane, sono intestati a nullatenenti o pensionati; poco meno di quarantamila dirigenti pubblici (tra comuni, enti pubblici e dicasteri) amministrano tutti gli affari del Paese, dagli appalti ai controlli, dalle regolamentazioni alle decisioni: questi dati discussi recentemente a Omnibus (La7, 21 maggio 2010) sono un evidente sintomo di malfunzionamento dello Stato. Possibile che le capitanerie conoscano gli armatori delle imbarcazioni di lusso e le intendenze di finanza no? Sono bracci della pubblica amministrazione che non si parlano o che vivono in mondi diversi? O, semplicemente, è plausibile che tra i proprietari vi siano politici e grandi burocrati che, per coprirsi, chiudono un occhio ed anche tutti e due sull'intera categoria di evasori nautici.

Siamo un Paese assai strano. I ministri passano, di destra e di sinistra e di centro, ma i dirigenti pubblici rimangono ai loro posti: questi grand commis applicano politiche di liberalizzazione oppure stataliste, a seconda del titolare della poltrona ministeriale, con una disinvoltura e una preparazione analoga a quella della massaia incerta tra la pasta al sugo o con il pomodoro. Viene da domandarsi, ad esempio, se l'oscuro dirigente dell'ufficio tecnico di un Comune abbia - nella pratica, con i suoi avalli o dinieghi - più potere dell'assessore competente o del sindaco. Dunque, non possiamo meravigliarci se certi imprenditori e mediatori d'affari (e sempre loro) siano di casa nelle stanze ministeriali o comunali.

Così come ci sfugge la logica (ma non le scelte politiche) di quei Comuni che in caso di stupro o violenza sulle donne si costituiscono parte civile ma non in presenza di casi di pedofilia: temono, prima o poi, di scontrarsi con la Chiesa e perdere voti? E che dire di quei personaggi della politica che per difendere la stretta sulle intercettazioni ricordano che ai tempi di tangentopoli, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le intercettazioni erano quasi inesistenti ma le indagini avevano ugualmente i loro sviluppi, anche contro i grossi calibri della politica e della mafia. E' vero, ma degli imputati di tangentopoli, accusati dal pubblico ministero Antonio Di Pietro, sono più quelli assolti o non puniti rispetto ai pochi che hanno pagato; mentre Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino probabilmente sarebbero ancora in vita e i boss della mafia in galera da tempo se ci fossero state intercettazioni a tutto campo, anche sui politici. Intercettazioni che enti privati, guardia di finanza e altre forze militari effettuavano in abbondanza con sofisticate attrezzature poste all'ascolto persino nelle vicinanze del palazzo di giustizia di Roma. Due pesi e due misure? Perché loro sì e chi combatteva la mafia no?

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