| 17 Luglio 2010
Le lobbies affaristiche non sono una novità degli ultimi anni: in Italia esistono fin dagli anni cinquanta dello scorso secolo. Cosa erano e di che si occupavano? Erano importanti organizzazioni di categoria o istituti bancari, qualche singolo industriale, distinte signore o attrici in carriera che offrivano "servizi" a molti politici (weekend in località di lusso in compagnia di belle ragazze compiacenti, pagamento dell'affitto e del relativo personale della segreteria politica ecc). C'era anche qualcuno che lasciava buste sui tavoli dopo un colloquio e persino un tecnico telefonico (evidentemente mandato dall'azienda) che ai parlamentari più in vista allacciava il telefono in modo che la bolletta avesse costo zero. Cortesemente chiedevano di presentare qualche emendamento ai provvedimenti in corso di esame ed approvazione oppure, a volte, addirittura una proposta di legge su aspetti di apparente secondo piano per il Paese. Il materiale di studio e finanche i testi già pronti venivano forniti dagli stessi lobbisti.
L'andazzo era conosciuto dai frequentatori del Palazzo, ma non dal popolo: i giornali di allora erano direttamente legati, molto più di oggi, a cricche economiche o di partito. Era l'etica di quegli anni. Tali comportamenti furono perfino stigmatizzati da qualche carabiniere della caserma Frignani: ci sarebbe voluta una bella ramazzata! Si diceva, ma non si fece nulla, ingigantendo negli anni il malcostume che poi degenerò fino alla caduta della cosiddetta prima repubblica.
Con la discesa in politica di Silvio Berlusconi si è abbandonato il concetto di partito organizzato e dialettico per abbracciare una specie di democrazia matura o all'americana: con comitati elettorali locali che convogliano i voti al momento delle votazioni e poi si sciolgono. Comitati sponsorizzati da interessi particolari. In Italia, specie in questi ultimi anni, sono riemerse correnti o circoli culturali forse come retaggio dell'antica tradizione italica della dialettica politica. Ma accanto al rifiorire della politica sono prosperate cricche che hanno ripreso l'antica prassi della mediazione tra affari e palazzi istituzionali, già in vigore nella prima repubblica, coinvolgendo personaggi di rilievo nel governo e nel partito del premier. Berlusconi ha minimizzato affermando che si tratta di "quattro pensionati sfigati" che, oltretutto, non sono riusciti a realizzare i loro intenti, così come non c'era riuscito lui.
Quindi, il capo del governo e del maggiore partito è circondato da sfigati: si capisce allora il perché dei vari pasticci legislativi e delle mancate riforme. "Siamo messi male!" diceva il fidato domestico al monsignore interpretato da Nino Manfredi nel film In nome del papa re.
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