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La vicenda Alitalia ha ancora una volta portato alla ribalta la crisi di fiducia e rappresentanza che pervade il sindacato. Da dieci anni a questa parte gli iscritti alle confederazioni sindacali calano mediamente del 2% annuo, su dodici mesi il due per cento potrebbe anche essere poco ma, per esempio, in cinque anni sarebbe (come è) il 10%.

Le cause, come in ogni situazione sociale soggetta alla legge di David Hume (si veda il corso di demodoxalogia), sono molteplici in quanto concatenate fra loro da un risultato di causa/effetto. Diminuiscono gli addetti all'industria e non si espande più il tradizionale settore terziario (commercio e pubblica amministrazione) a fronte della crescita dei lavoratori autonomi, part time e non contrattualizzati.

 

In presenza di una crisi economica i sindacati sono costretti ad accettare, per i loro iscritti, situazioni di scarsa tutela e remunerazione ma sono anche accusati (giustamente) di erigere in casta i propri dirigenti a danno del Paese e degli associati. Dagli ultimi dati emerge che i prermessi sindacali (le ore non lavorate ma pagate dall'azienda) superano il miliardo di euro annuo e che i sindacalisti per professione sono settecentomila. Costoro si lamentano di essere sottopagati (il rimborso mensile sindacale oscilla tra 1000 e 2500 euro) ma dimenticano di dire che è un emolumento che si aggiunge alla paga percepita in azienda o nella pubblica amministrazione, oppure alla pensione. Inoltre, una volta esaurito il compito, i sindacalisti che non entrano nel parlamento vanno a occupare posti nei consigli di amministrazione pubblici e privati, gestendo immense risorse economiche dall'Inps (con i vari consigli a catena regionali e territoriali) alle municipalizzate. Per non parlare dei vari enti (non tutti senza scopo di lucro) creati dai sindacati oppure nelle compartecipazioni: dalla formazione professionale alle agenzie di viaggio, dalle case editrici alle assicurazioni, e così via.

Come confermato da Paolo Nerozzi, ex dirigente della Cgil e attuale senatore, gli iscritti al sindacato sono mediamente il 49% pensionati e il 20% statali. Da quanto abbiamo potuto verificare (ma di questo nessuno ne parla) la maggioranza dei pensionati non sa di essere iscritta al sindacato in quanto per la legge dell'assenso/consenso, dalle pensioni è prelevata a loro insaputa una piccola quota che va ad alimentare il sindacato sotto forma di iscrizione. Le cancellazioni dal sindacato avvengono solo per disdetta scritta, altrimenti cessano alla morte del socio.

Ma il fatto più scandaloso che erige il sindacato in casta è che la maggioranza dei pensionati, che non sa di essere sindacalizzata o non si è mai rivolta al patronato o che non frequenta le sedi associative, non partecipa alle assemblee in quanto non convocata (ciò avviene in molti casi anche per gli statali). Mancando una legge sulla rappresentanza e sulla trasparenza e certificazione dei bilanci da parte di organi dello Stato, la dirigenza si perpetua e si coopta sulla base di una minuscola ma consolidata clientela e non sull'effettiva rappresentanza delle quote incassate.

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