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foto di una manifestazione del 1968
L'ultima volta che sono andato spontaneamente a una manifestazione di piazza ero uno studentello delle scuole medie inferiori. Nelle scuole si era scioperato e gli studenti avevano occupato le strade del centro della città per inneggiare a Trieste italiana, allora sotto il dominio di un governatore inglese e le prepotenze di Josef Tito, il dittatore comunista di quella che era la Jugoslavia.

I partecipanti, tutti studenti, erano tanti e convergevano al centro di Roma provenendo dai vari istituti sparsi nella capitale. Fischiavano, urlavano e inneggiavano a Trieste; io preso dal sacro amore per la Patria e per un pezzo di terra italiano, vedendo intorno a me una massa di coetanei in un momento di trasporto verso una città per la quale avevano combattuto i nostri genitori nella prima guerra mondiale, cominciai a urlare, con tutte le mie forze, "guerra, guerra" nella convinzione che tutta quella massa patriottica di giovani fosse pronta a raggiungere (così come lo ero io), con ogni mezzo, la frontiera per fare al nemico una barriera.

Immediatamente fui avvicinato dai dirigenti dell'allora Movimento sociale italiano, alcuni dei quali conoscevo e che avevano organizzato le manifestazioni, e allontanato dal corteo. Mi resi allora conto che lo sciopero degli studenti in favore dell'italianità dell'Istria (nonostante la presidenza del Msi all'istriano Augusto De Marsanich) altro non era che un pretesto per dare visibilità a un partito che alcuni schieramenti politici consideravano incostituzionale e da mettere al bando. Le manifestazioni misero in evidenza la vitalità e capacità di una formazione politica in grado di saper organizzare le masse e raccogliere consensi. Fu la legittimità della presenza di un partito.

Sono stato testimone di vari raduni di folla e anche di organizzazione di manifestazioni pro o contro qualcosa. Adolescente, almeno due volte fui a piazza Venezia per vedere la piazza gremita e il duce al balcone; da adulto capii che quei raduni servivano a contribuire all'unità nazionale intorno a un capo e mostrare all'estero la forza di un governo. In quella stessa piazza, nel dopoguerra, quasi gremita come ai tempi di Benito Mussolini, ascoltai i predicatori gesuiti Virginio Rotondi e Riccardo Lombardi che nel mese mariano (a maggio) infervoravano i fedeli con sermoni annunciati da manifesti e seguiti da folle di credenti; il periodo primaverile coincideva con le elezioni politiche o amministrative. Semiconvittore al collegio Nazareno ricordo i frenetici preparativi di cartelli inneggianti al Papa e l'intera scolaresca dell'istituto accompagnata nel salone delle udienze del Vaticano, evidentemente per far numero in occasione della ricorrenza del santo patrono. Nella foto in alto mi si vede insieme a una dozzina di manifestanti che, il 28 settembre 1968, auspicano la riunificazione delle due germanie: una iniziativa promossa dall'associazione culturale Cuncti gens una che chiedeva sovvenzioni all'ambasciata dell'ovest. Non molti anni fa, a piazza Monte Citorio (conosciuta come Montecitorio), un leader di partito faceva girare intorno alle telecamere una decina di sostenitori con cartelli a lui inneggianti.

Essendomi imbattuto nei libri di Pitigrilli, si è rafforzata in me la convinzione che dietro ogni manifestazione umana, cosiddetta di massa, si nascondano gli interessi particolari degli organizzatori che poco hanno a che vedere con le intenzioni dichiarate. Il popolo è ingenuo e ha bisogno di credere in qualcosa e urlarlo nelle piazze: è lo sfogo democratico delle proprie pulsioni, speranze, ansietà; è questo il motivo per il quale i demagoghi trovano sempre qualcuno disposto a scendere in piazza, ascoltarli e inneggiare pro o contro, non ha importanza chi. Uno sfogo che fa bene alla psiche dei partecipanti e alla carriera degli organizzatori.

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