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Alle rapine negli esercizi commerciali e in casa, spesso con conclusioni tragiche, vanno sempre più aggiungendosi atti di violenza contro i più deboli. Il mondo politico, spesso parlando di cose che non conosce, specula su alcuni episodi di cronaca per inquadrarli strumentalmente nelle proprie linee politiche. Col risultato che i responsabili delle politiche sociali affrontano emozionalmente e non nella loro complessità tali fatti gravi e sempre più frequenti.

Per capire la violenza sulle donne e gli indifesi dobbiamo partire da due cognizioni: una psicologica, l'altra ambientale. Inconsciamente tutte le persone o vanno in favore di qualcosa (persone, idee, altro) o contro. Pro o contro la suocera o il collega di lavoro, questo o quel partito politico, il condomino o chiunque crediamo differente o simile a noi. Una famiglia di diversa etnia che viene ad abitare nelle vicinanze suscita interrogativi su come abbia fatto, in così poco tempo, a trovare un dignitoso alloggio; come si procura il denaro necessario alla sopravvivenza e se rispetterà le regole della coabitazione. In periodi di difficoltà economiche l'astio verso l'immigrato (nel dopoguerra erano i meridionali che andavano al nord) cresce in proporzione alla mancanza di lavoro: l'altro è un potenziale concorrente anche se va ad occupare mansioni diverse.

La competizione è uno stimolo che aiuta ad agire e capire, cioè a crescere; anche a livello sociale. Nelle storie paesane del Settecento e dell'Ottocento (per non menzionare le lotte nell'antica Roma e dei casati del Rinascimento) gruppi di giovani di un quartiere o paese se le davano di santa ragione in nome della supremazia su una porzione di territorio, o per una bella fanciulla o per l'attribuzione del titolo di capo, guappo o bullo (a seconda dei casi) al vincitore. Tali gruppi si consideravano diversi per ragioni di ubicazione geografica: l'altro da combattere (contro) in nome della supremazia del proprio gruppo (a favore). La modernità ha abolito i confini geografici tra quartieri e stati, mescolato etnie e usanze, livellato le aspirazioni e la cultura tra i popoli: la competizione da una semplice scazzottata e qualche accoltellamento per ragioni sentimentali è divenuta pura violenza.

I valori religiosi e quelli basati sul legami familiari o paesani contribuivano alla normalizzazione dei rapporti con gli altri, superato l'episodio della lite. Quei valori oggi stanno scomparendo per essere sostituiti dall'edonismo, dalla voglia di successo, l'arricchirsi in fretta e porre il proprio "io" sopra tutto e tutti. Così, quando si percepisce la nullità di se stessi, la mancanza del raggiungimento di un qualcosa a volte ancora non bene definito, la competizione (che è sana e funzionale alla crescita) si tramuta in gratuita violenza, ovviamente verso il più debole.

Le donne da questo punto di vista sono state sempre penalizzate: infatti ha imperato per secoli una cultura (sostenuta addirittura dalla Chiesa cattolica e tramutata nei codici giurisprudenziali) che le considerava inferiori all'uomo; esseri "altri" al servizio del maschio. I paesi occidentali hanno superato il concetto dell'inferiorità femminile, ma il vecchio retaggio culturale ancora sopravvive in altre parti del mondo. Così, mentre alcuni immigrati sfogano la violenza (generata da impulsi sessuali non soddisfatti) sulle donne, alcuni "civilizzati" sfogano il loro sentirsi nullità sui diversi  inermi e indifesi.

Quando capiremo che la Terra appartiene a tutti e che tutti gli abitanti del pianeta la potranno attraversare, preservare e scegliere quale residenza, l'altro non sarà più un diverso da combattere ma un vicino con cui semmai competere pacificamente in singolar tenzone. 

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