| 11 Marzo 2009
Siamo in piena e profonda crisi economica, con licenziamenti continui e, per moltissimi, senza ammortizzatori sociali. Senza menzionare i problemi dei contratti a termine e di altre forme di precariato. Pertanto si assottigliano anche le file di chi spende e può pagare tasse e contributi allo Stato, nonché mutui alle banche.
Ora, se alle banche non si verseranno più le rate dei mutui o i risparmi, come potranno tali istituti finanziari sostenere la concessione di finanziamenti e prestiti? Se le banche, per pura ipotesi, dovessero fallire sarà la Banca d'Italia a risarcire i risparmiatori, ma in parte e non in toto. Ma se, per altra accademica ipotesi, la Banca d’Italia non potesse sostenere e garantire tutti i depositi affidati alle banche? Ci penserebbe lo Stato? Ma se non ha neanche i soldi per far riparare le macchine della polizia!
In presenza di una grave crisi gli immobili, già parzialmente pagati con duri sacrifici, potrebbero essere tolti alle famiglie morose e collocati all'asta. Se molti immobili andranno sul mercato, le vendite saranno poche e si sgonfieranno i valori del mattone: e quando c’è poca domanda (riflesso della poca liquidità) si riduce anche la costruzione di nuovi alloggi.
E una parola va spesa anche per l’indotto del mattone: le aziende a rischio fallimento metterebbero migliaia di famiglie sul lastrico, con ulteriore fallout economico. Analogo discorso si potrebbe fare per altri settori dell'economia e della finanza. In tale situazione, dunque, il debito aumenterà e di conseguenza aumenteranno gli interessi. Lo Stato italiano, è evidente, risparmia su tutto e tutti, ma non certo sui palazzi, gli stipendi dei politici e altre cosuccie: Alitalia, Telecom, autostrade, inceneritori, acqua pubblica, centrali nucleari ecc. Ma il prezzo della crisi sarà pagato fino all’ultimo centesimo dalle persone che percepiscono uno stipendio; non pagheranno certo gli evasori fiscali e gli imprenditori che hanno portato ingenti capitali all’estero. Emblematico il caso di De Benedetti che se ne è andato a vivere nella sicura Svizzera: molti seguiranno il suo esempio se in Italia non convenisse più fare imprenditoria.
Per ora ancora non siamo arrivati al "tilt" finale, ma il default - come lo chiamano gli economisti - è dietro l’angolo. Se lo Stato decidesse di aiutare un ente privato che è in difficoltà per manifesta incapacità di gestione, una parte dell’ente dovrebbe andare allo Stato mentre gli amministratori incapaci dovrebbero essere puniti in modo esemplare: si salverebbero così le famiglie dei lavoratori, magari con uno stipendio più basso ma sicuro, fino a quando l’azienda non si sarà risollevata. Ma purtroppo non andrà così. La Fiat, ad esempio, chiede aiuti di Stato con il ricatto dei licenziamenti e lo Stato, ovviamente, tenta di salvarla dallo sfacelo. Ma una volta incassate le sovvenzioni l'azienda investirà all’estero, dove la manodopera, le materie prime e le tasse costano meno. Nel frattempo in Italia non si faranno nuove assunzioni e l’indotto nazionale, per via degli investimenti all’estero e dell’economia globalizzata, ne soffrirà. Inoltre, dopo un po' le immatricolazioni delle auto caleranno di nuovo, i modelli non si venderanno, l’indotto ne soffrirà ulterormente, gli operai verranno licenziati.
L'opinione pubblica teme lo sfacelo finale e se il ciclo economico seguirà il suo corso l'esito è inevitabile: in queste condizioni, è evidente che non possiamo permetterci di restare a guardare.
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