| 21 Giugno 2009
La storia della nostra repubblica è costellata di complotti. Anzi è nata sull'ipotesi, sostenuta dai monarchici, che nottetempo fossero state alterate le schede elettorali: accusa comunque respinta sin da allora da autorevoli politici di parte repubblicana. Anche l'istituzione delle cinque regioni a statuto speciale sarebbe stata conseguenza di un complotto, ordito addirittura con la mafia americana che esigeva quanto pattuito per aver appoggiato lo sbarco dei soldati Usa in Sicilia. Allora si disse che il popolo siciliano era pronto all'insurrezione se non avesse avuto l'indipendenza e fu creato anche un partito secessionista. Lo Stato per non piegarsi al complotto avrebbe inventato con ragionevoli motivazioni l'istituzione delle autonomie regionali, placando così la bellicosità dei siciliani.
Con il passare del tempo avremmo avuto il complotto di Junio Valerio Borghese, quello di Licio Gelli, delle brigate rosse e nere, oltre a quelli legati alla morte di Enrico Mattei, Roberto Calvi, Aldo Moro, sino agli intrecci intorno a monsignor Paul Marcinkus e all'attentato a papa Giovanni Paolo II, tanto per citare i più chiacchierati. Senza menzionare le grida "al complotto, al complotto" lanciate ogni tanto da qualche politico, giornalista radiotelevisivo, magistrato, imprenditore e persino da fotografi di vip e detenuti sul banco degli accusati.
Negli anni sessanta dello scorso secolo ho partecipato alle assemble dei soci di due importanti società per azioni romane nel campo dell'edilizia. In entrambe occupava posti di rilievo il finanziere Michele Sindona, allora considerato il "risanatore d'Italia", che per non rispondere ad alcune domande degli azionisti minori (cioè i risparmatori che avevano investito nel mattone) sostenne, in assemblea, che era stato oggetto di complotti e lettere minatorie! Anche il premier Silvio Berlusconi, sin dalla sua scesa in politica, sarebbe stato bersagliato da complotti giudiziari e fotogiornalistici: l'ultimo (poi rielaborato, come ogni sua dichiarazione pubblica fraintesa dagli astanti e dalle telecamere) lo ha annunciato al convegno dei giovani industriali.
Massimo D'Alema in tv ha rilanciato tale annuncio mettendoci qualcosa di suo: un probabile improvviso evento destinato a far scivolare il premier sulla classica buccia di banana. Come è possibile per un governo che ha più di cento deputati, rispetto agli avversari, e per un partito che ha saputo conquistare comuni che erano in mano alla sinistra? Ribaltamenti in seno al partito o all'alleanza? Per ora non convengono né a Gianfranco Fini né alla Lega. A cosa si riferirebbe allora il complotto?
E' notorio che buona parte degli industriali e dei banchieri non guarda a Berlusconi con empatia, ma da qui al complotto ce ne vuole. Forse il significato più probabile è quello di insinuare il dubbio che agli imprenditori non allineati (e quindi complottisti) vengano meno benefici e agevolazioni. Non per nulla D'Alema, dalla sponda avversa e con amicizie nel mondo bancario, ha lanciato un segnale. Ma - con molta probabilità - sono segnali comprensibili solo agli interlocutori diretti, comunicazioni ad alto livello come nel linguaggio massonico, ma pari a quelli in uso al popolo quando si dice "parlo a suocera affiché nuora intenda".
Molto più interessante sarebbe invece conoscere il complotto che si cela nelle centinaia di miliardi di euro in obbligazioni e azioni sequestrate dalla Guardia di Finanza a due giapponesi che varcavano il confine con la Svizzera. Precostituzione di riserve per manovre finanziarie, acquisizioni di aziende, intrecci politici o che altro?
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