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La libertà di pensiero e di espressione è il desiderio principe di ogni essere umano: tutti vogliono dire la propria opinione senza incorrere in alcun pericolo. Ma il costo da pagare per avere questi basilari diritti è sempre stato alto. Dai progressi portati avanti dall’umanità nel tempo, per contrapporsi al dittatore di turno o al prepotente di camerata, possiamo dire sia nata la coscienza libera di internet. Non appena si è manifestata la potenzialità della Rete è entrato in crisi un sistema ben organizzato di controllo attraverso i media più diffusi, cioè televisione, radio e stampa.

Questi tradizionali canali di comunicazione, controllati dai potentati pubblici e privati, hanno formato generazioni nel modo di pensare, tanto è vero che si dice "non sei tu che scegli il giornale, ma è il giornale che ti sceglie": optiamo per un giornale che ha la nostra stessa opinione, ma quell'opinione è stata anche prodotta dagli articoli pubblicati da quel giornale. Insomma, abbiamo le nostre idee, ma queste sono frutto anche di una specie di "indottrinamento" non proprio disinteressato. L’opinione pubblica, in effetti, si orienta spesso nel senso desiderato da chi cerca consensi con il controllo dell'informazione. Ora, con internet, questo controllo sull’opinione pubblica viene ridimensionato per almeno due fattori determinanti. Il primo è che le notizie sono sempre diffuse a livello globale e che dalla propria scrivania si accede a una infinita quantità di fonti che consentono un confronto sui dati forniti. La seconda, non meno importante della prima, è che si può interagire con tali fonti, esperienza difficile da realizzare con i media tradizionali.  Inoltre con internet si stabiliscono forme di "dialogo" alla pari tra produttori e fruitori dell'informazione, decisamente più democratiche di quelle della vecchia economia dei media.

Si capisce quindi la forza della Rete nel mettere in discussione i monopoli dell'informazione. Ed è chiaro che è in corso un cambiamento epocale: si ridimensiona la platea televisiva e diminuiscono i lettori dei giornali di carta, di conseguenza la pubblicità cerca altre strade ed è minore la possibilità di formare l’opinione pubblica convincendola come una volta. Insomma, i cittadini di internet sono più scaltri del pubblico della tv: difficile continuare a pilotare le masse e, dunque, il dissenso dilaga. Siti web come il nostro rischiano di mettere a nudo le crepe di un sistema vicino al collasso... Così oscurare e imbrigliare con regolamenti la Rete sembra essere la soluzione scelta da chi vorrebbe continuare a gestire il potere con tali metodi antiquati. A questo punto è chiaro il pericolo che corre la libertà di pensiero e d'opinione. In Italia, ad esempio, sono in tanti ad essersi distinti con proposte liberticide: c'è stato l'emendamento di Giorgio D’Alia, poi l’art. 60 del pacchetto sicurezza di Angelino Alfano e come non ricordare, tra i tanti obrobri legislativi, quelli di Milly Carlucci, Luca Barbareschi e Riccardo Franco Levi. Ora però c’è anche chi difende la libertà di espressione: perfino l'ex garante della privacy Stefano Rodotà avverte della deriva intrapresa per imbavagliare le voci scomode, specialmente in rete. La demonizzazione di internet (pornografia e adescamento di minori, attentato alla sicurezza e alla privacy, diffusione di false verità e sicure menzogne ecc.) è solo un tentativo di screditare la Rete con rozze generalizzazioni, in contrasto peraltro con l'articolo 21 della costituzione italiana: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.


 


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