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La scena del recente omicidio sulla porta di un negozio a Napoli diffuso dalle reti televisive ha mostrato l'indifferenza dei presenti e dei passanti ad avvenimenti che, in un Paese normale, genererebbero orrore. Le reazioni, invece, sono state come se nulla fosse avvenuto. Indifferenza? Un pizzico senz'altro, poiché di fronte a ripetuti casi eccezionali (di qualsiasi genere: dagli omicidi ai miracoli) sorge una sorta di abitudine a considerarli normali. Ma è soprattutto la paura e il senso di sfiducia verso le istituzioni a generare un'apparente indifferenza. Quando l'illegalità dilaga, ad ogni livello, il cittadino si sente indifeso e si chiude in se stesso.

Morti sospette e pestaggi in carcere. Autorità che si drogano, difensori della famiglia che vanno a puttane. Cause civili che non risarciscono il danneggiato o, se lo risarciscono, dopo tanti di quegli anni che la cifra non copre il patimento dell'attesa. Assegni bancari o cambiali non onorati. Stupratori e malviventi che circolano liberamente facendosi beffe della vittima. Dirigenti d'azienda che depredano i soci senza un intervento delle isituzioni ma solo su richiesta della parte rapinata che, con la lunghezza dei processi, verrà risarcita a babbo morto. Leggi ad personam e abolizione dei reati di bilancio...

Una volta casi di delinquenza e corruzione, più o meno gravi, c'erano ma erano limitati alle patologie del comportamento umano. Questo perché le istituzioni e chi ricopriva posti di responsabilità sentiva il dovere di dare un esempio di comportamento ai concittadini. Si dice che il sindaco, il giudice e il maresciallo dei carabinieri, nelle piccole cittadine, non frequentassero il resto dei notabili del paese per evitare eventuali collusioni in caso di episodi non conformi alla norma. Forse si tratta di una leggenda metropolitana o, perlomeno, di tempi ottocenteschi. Oggi invece il capo del governo si permette di annunciare ai giornalisti che, se condannato dalla magistratura, non si dimetterà dalla sua carica. In altre epoche, in Italia e non nel paese dell'utopia, un ministro si dimise perché accusato di appropriamento indebito di un calamaio ministeriale (forse d'argento): ai nostri giorni qualcuno si è invece portato a casa le penne d'argento che il Quirinale sfodera nel giorno del giuramento del governo (come svelato da Striscia la notizia). Può un comune cittadino avere fiducia nelle istituzioni? Quale esempio danno i nostri rappresentanti? La disaffezione nasce dalla sfiducia e arriva all'indifferenza.

Ma non è solo il popolo a patirne. Con un crescendo esponenziale, fin dagli anni settanta dello scorso secolo, si assiste alla complicità dei vertici delle banche che non vigilano su quello che avviene nelle filiali: le rapine ai danni degli imprenditori minori, quelli senza appoggi politici e quindi più onesti. Ci spieghiamo: se in un paesetto c'è una piccola impresa che lavora e ha un fido bancario, all'improvviso e anticipatamente la banca chiede alla ditta di rientrare in poche settimane (cioè saldare lo scoperto) e - per giunta - le toglie il credito. E' un sistema (del tutto legale) per far fallire l'azienda che senza credito non può affrontare neanche le spese correnti. Ecco allora farsi avanti nuovi soci che subentrano nell'azienda, a prezzi di strozzinaggio: soci che - guarda la coincidenza - hanno rapporti d'interesse con la banca. Tutto nel più assoluto disinteresse delle istituzioni: le imprese che non subiscono la stretta creditizia sono infatti, direttamente o indirettamente, collegate con la classe politica. Una vera e propria mafia bianca!

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