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Se i racconti hanno un loro fondamento, magari romanzato, dobbiamo convenire che nell'animo umano alberga una sorta di violenza ancestrale. La stessa civiltà italica è nata con un omicidio: Romolo uccise il fratello Remo perché quest'ultimo, varcando il solco appena tracciato delle mura della nuova città, aveva irriso alla sacra cerimonia di fondazione sfidandolo. Così come Caino, figlio di Adamo e Eva (Genesi 4, 1-16) uccise il fratello Abele per invidia. Secondo le teorie sociologiche del Settecento e Ottocento la condivisione dei valori e delle regole avrebbe fatto evolvere la società verso la tolleranza e l'uguaglianza ("liberté, égalité, fraternité").

Se osserviamo bene le vicende, constatiamo che c'è spesso qualcuno che è privilegiato o che detta le regole e qualcun altro che contesta la situazione. Spesso un contestatore, non limitandosi alle espressioni verbali, scende alle vie di fatto. Così, mentre una volta era l'autorità a punire il ribelle, con la civilizzazione i rapporti si sono capovolti: è il contestatore che si erge a giustiziere. E la vittima designata è spesso proprio qualcuno che più di altri, negli atti o nelle intenzioni, si muove in direzione delle istanze popolari o precorre strade innovative. Che poi l'odiato leader abbia atteggiamenti o comportamenti autoritari o "aziendalistici", conferitegli dal popolo acclamante, rientra nel carattere di ogni capo. Per cui c'è chi, per imporre la propria visione del mondo e delle cose, usa espressioni verbali d'effetto o forzature democratiche e chi attua la propria politica attraverso la dittatura, le deportazioni e la guerra. Rientra nell'intelligenza del contestatore capire quando si può passare dalla contrapposizione, anche di piazza, alla guerriglia vera e propria come nel caso delle lotte partigiane.

Il contestatore che abbatte il tiranno è considerato un eroe, ma se la vittima sopravvive diviene un criminale mentre il colpito passa nell'elenco dei martiri. Capita, a volte, che un pregiudicato in stato di latitanza all'estero sia eretto a eroe, o viceversa. I giudizi si adeguano al cammino della storia, che oltre ai fatti e ai personaggi, è creata dai racconti, dalle testimonianze vere o indirette e dalla penna dei giornalisti e degli scrittori; in sostanza da un materiale cosiddetto "documentativo" (anche se di parte) a cui attingeranno gli storici. Quel materiale che forma l'opinione pubblica e porta all'esaltazione le menti più deboli o quegli analfabeti non in grado di ragionare (secondo recenti stime, tra veri e propri analfabeti e quelli di ritorno, che non leggono libri e giornali, in Italia siamo al 35% della popolazione).

L'attentatore è sempre un colpevole, ma le cause vanno ricercate nel clima di guerriglia mediatica di offesa e difesa, alimentato da entrambe le parti. Quando si istiga la folla e l'opinione pubblica c'è sempre qualcuno disponibile a lanciare il sasso. Una strofetta ai tempi della dittatura fascista recitava: "fischia il sasso, il nome brilla dell'intrepido balilla"... Molti giovani, anche affascinati dal ripetuto ritornello (una sorta di messaggio subliminale pari alle litanie religiose), si arruolarono e morirono sul campo di battaglia nella seconda guerra mondiale.

Attenzione quindi a certi messaggi: dai politici ai blogger, dagli agitatori dei centri sociali agli ultras degli stadi. I mestatori al soldo di qualcuno sono sempre pronti a fomentare la piazza e la rete, perché a molti della "classe dirigente" il caos e l'instabilità sociale sono un comodo scudo per sfruttare il Paese governandolo di fatto.

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